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Art History: ricerca iconografica

Laocoonte

Nel secondo libro dell’Eneide di Virgilio è raccontata la storia di Laocoonte, sacerdote troiano che tentò invano di dissuadere i suoi concittadini dal portare all’interno delle mura della città il celebre cavallo di legno che i Greci, simulando di andarsene da Troia, avevano lasciato davanti alla città volendo far credere si trattasse di un’offerta a Minerva. Mentre Laocoonte officiava all’altare di Nettuno, uscirono dal mare due grossi serpenti che uccisero lui e i due figli attorcigliandosi attorno ai loro corpi. I troiani, atterriti da ciò che interpretarono come un segno della disapprovazione di Minerva, fecero entrare subito il cavallo entro le mura, provocando, di conseguenza, la caduta della città. Il personaggio di Laocoonte divenne celebre attraverso il gruppo marmoreo tardoellenistico, che mostra il sacerdote e i suoi due figli che si dibattono nelle spire dei serpenti (Roma, Musei Vaticani), e che fu una delle più importanti scoperte archeologiche dell’Italia rinascimentale. La fama della scultura superò quella dello stesso personaggio che l’aveva ispirata, ispirando a sua volta altre opere di diversi pittori e scultori. Giulio Romano la raffigurò negli affreschi del Palazzo ducale di Mantova, El Greco dipinse varie versioni del soggetto, raffigurando anche la scena con il cavallo di Troia, le mura della città e Apollo e Diana che causarono la rovina di Laocoonte (Washington, National Gallery). Tiziano eseguì a incisione una famosa parodia della statua ellenistica, dove la figura di Laocoonte e dei due figli hanno le sembianze di scimmie coperte di peli.