Art e Dossier

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Art Stage Singapore: un'intervista al direttore Lorenzo Rudolf

categoria: Eventi
26 – 28 gennaio 2018
Singapore, cina
Sands Expo & Convention Centre

Dal 26 al 28 gennaio si tiene l’ottava edizione di Art Stage Singapore. Abbiamo intervistato il direttore, Lorenzo Rudolf, che ne è stato anche l’ideatore – dopo essere stato a capo di altre importanti fiere come Art Basel (1991-2000), Art Basel Miami Beach (lanciata nel 2002) e la Fiera del libro di Francoforte (2000-2003) –, per saperne di più.

 Quali sono i punti di forza di Art Stage Singapore rispetto ad altre fiere internazionali? Oggi esistono troppe fiere d’arte simili dove tutti cercano di copiarsi a vicenda. Per avere successo in un campo così competitivo, devi costruirti un’identità. Questo è ciò che Art Stage ha fatto sin dall’inizio: è una fiera del Sud-est asiatico per il Sud-Est asiatico. La sua identità si basa sull’essere: (1) per il Sud- Est asiatico, il ponte verso il mondo dell’arte globale; (2) per il mondo dell’arte globale, la porta d’accesso nel Sud-Est asiatico; (3) il forum per avviare un dialogo tra le varie scene d’arte esistenti sul territorio.

Quali sono le novità di questa edizione? Abbiamo lavorato sul tema delle “interazioni” da tre diverse prospettive. (1) L’interazione geografica, concentrandoci sulla regione più attiva del Sud-Est asiatico, la Thailandia, dove di recente sono stati aperti nuovi spazi per l’arte, come il Maiiam Museum of Contemporary Art di Chiang Mai; e dove stiamo collaborando con artisti come Kamin Lertchaiprasert, Arin Rungjiang e Natee Utarit. (2) L’interazione tra arte e design, visto che nell’industria creativa i confini tra le diverse discipline sono sempre più labili. (3) L’interazione tra i collezionisti. In passato era quasi impossibile convincerli ad aprire le loro case e collezioni a Singapore, ma, dopo il grande successo avuto con Art Stage a Jakarta, la situazione è cambiata.

Quali risultati si aspetta da quest’anno e come vede il futuro di Art Stage? Il 2018 sarà un anno critico. L’economia globale e il mercato dell’arte non sono più in pieno boom come due anni fa, specialmente a Singapore. Mentre la situazione nei dintorni è molto più vivace: in Indonesia, ha da poco aperto il Macan, che è destinato a diventare il museo di arte contemporanea più interessante del territorio; e la scena artistica in Thailandia, Vietnam e nelle Filippine è altrettanto in ascesa. Per questo è ancora più importante posizionare Art Stage Singapore come solido baricentro del Sud-Est asiatico.

Ripensando all’esperienza avuta con Art Stage, quali aspetti sottolineerebbe rispetto alle sue passate direzioni? A un certo punto, ne ho avuto abbastanza di dirigere eventi su larga scala. Ho voluto tornare alle radici, fare qualcosa che mi permettesse di essere di nuovo in contatto diretto con le arti e svilupparne la crescita. Singapore è una regione che ancora manca di infrastrutture, ed è qui che sono subentrato con la mia esperienza. Ma per fare una fiera d’arte nel Sud-Est asiatico ci vuole una certa dose di creatività; qui non puoi gestire una fiera come faresti in America, Europa o persino in Cina, dove ci sono già delle strutture. Qui ci sono artisti che vorresti mostrare ma non ci sono gallerie che li promuovono, quindi devi trovare modi alternativi. Cominci allora col domandarti: qual è la principale responsabilità di una fiera? Deve essere una piattaforma per le gallerie, dove l’obiettivo è difendere gli interessi di mercato, o una piattaforma per gli artisti, che li aiuti a crescere e a fare rete in tutto il mondo? Io ho scelto questa seconda strada.

Fiere e grandi mostre stanno diventando sempre più simili. Questa forma di ibridazione globale è presente anche nel sistema asiatico? La questione principale per me non è mai la scala ma l’unicità e la qualità. Tuttavia, nel mondo globalizzato dell’arte ci sono troppi eventi e se vuoi essere visto devi per forza fare qualcosa di speciale e misurarti con una certa scala. È per questo che gli eventi diventano sempre più grandi. D’altronde, personaggi e collezionisti influenti non viaggiano più alla ricerca di opere e mostre, ma si concentrano solo sui grandi eventi, dove possono vedere e afferrare il più possibile, tra arte, “networking” e divertimento. Oltre all’evento artistico in sé, insomma, si aspettano sempre più il pacchetto completo. 

Cristina Baldacci