Dove finisce la luce: una mostra da Atipografia
L'ombra delle lucciole
Viviamo immersi in una luce perpetua. Schermi, insegne, proiettori: ogni angolo del contemporaneo sembra voler scacciare l'oscurità, renderla impossibile, illegittima. Eppure l'ombra insiste e torna. È da questa tensione irrisolta che prende vita L'ombra delle lucciole, la nuova collettiva di Atipografia ad Arzignano, secondo capitolo di una trilogia espositiva dedicata alla complessità dell'essere umano e del nostro tempo.
A cura di Alfonso Cariolato e Luigi de Marzi, la mostra riunisce quattro artisti: Mats Bergquist, Marco Tirelli, Silvia Inselvini e Loes van Roozendaal. Ad accomunarli una riflessione sulla luce non come forza trionfante, ma come condizione fragile, parziale, vibrante. Non il lumen che illumina le superfici, ma la lux come farsi del visibile: apparire delle cose prima ancora di essere comprese. La lucciola, appunto: non abbastanza potente da squarciare il buio, ma capace di coesistere con l'ombra, di renderla abitabile.
Marco Tirelli costruisce sulla tela spazi mentali in cui l'ombra è materia attiva, tensione e silenzio.
Gli encausti monocromi di Mats Bergquist nascondono il confine tra luce e tenebra in una vibrazione indefinita, come in Shadow of a smile, dove una lama aggettante traccia un'ombra appena percettibile sul bianco. Silvia Inselvini satura carta e legno con chilometri di segni a penna a sfera, eliminando il bianco fino a far emergere una luminosità inattesa, quasi interiore. Loes van Roozendaal, la più giovane del gruppo, stratifica velature a olio fino a fissare gli oggetti in un tempo sospeso, indefinito, sempre sul punto di mutare.
L’arte non coincide con una luce che rischiara e rende tutto evidente, ma con la condizione stessa dell’apparire, con il momento in cui le cose prendono forma e si danno allo sguardo. Non è il chiarore che si posa sulle superfici a renderle leggibili, bensì una qualità più originaria, una luce che coincide con il farsi del visibile, con una creazione che non ha bisogno di un autore dichiarato.
Come le lucciole, queste presenze luminose non dissolvono l’oscurità ma la abitano, producendo bagliori intermittenti che esistono solo in relazione all’ombra.
È una luminosità fragile, simile a quella di una candela, instabile e parziale, che non pretende di mostrare tutto ma invita a sostare nell’incompiuto. Più che vedere con chiarezza, si tratta di imparare a scrutare, accettando che il mondo non sia interamente disponibile alla comprensione.
Lucia Antista

