Art e Dossier

Macchiaioli: una grande mostra a Milano

categoria: Mostre
3 febbraio – 14 giugno 2026
Milano
Palazzo Reale

«Noi fummo allora rivoluzionari e soldati, per essere dopo i liberi cittadini di una grande nazione», ricorda nel 1867 Telemaco Signorini nel rievocare i macchiaioli, frequentatori del leggendario caffè Michelangelo che un anno prima aveva chiuso i battenti. Erano stati i macchiaioli, “rivoluzionari e soldati”, in primo luogo artisti, a rendere memorabile, per una quindicina d’anni, un luogo pubblico come il caffè Michelangelo, appunto. A pochi passi da piazza del duomo, in via Larga (ora via Cavour), inaugurato attorno al fatidico anno rivoluzionario del 1848, quel locale da tempo scomparso costituì la scenografia, fra 1852 e 1866, di vivaci, vibranti discussioni fra intellettuali e artisti. Molti anche gli spunti goliardici. Eppure Firenze – e non solo Firenze, all’epoca – pullulava di altri ritrovi briosi come il circolo dei Risorti, il caffè dell’Onore o l’osteria di Gigi Porco. A questi, molti anni dopo, si sarebbero aggiunti ritrovi come le Giubbe Rosse, l’unico che ancora oggi resiste al passare del tempo. 

Sono loro, i macchiaioli, ad accoglierci alla mostra milanese a loro dedicata al piano terra di palazzo Reale. Passata la biglietteria, le loro sagome sbucano dalla superficie di una grande fotografia in bianco e nero, che c’introduce alle nove sale dell’esposizione, con un filmato di notevole fascino, all’uscita, sulla fortuna dei macchiaioli nel cinema – da Luchino Visconti a Pasolini – e nella musica, con un Arturo Toscanini collezionista d’eccezione. Nella fotografia all’ingresso, uno dei rari scatti a ritrarli insieme, si riconoscono il giovane Odoardo Borrani, di origine pisana, il fiorentino Telemaco Signorini e il pesarese Vito D’Ancona. Appartenevano alla generazione nata fra gli anni Venti e i Trenta questi pittori e qualcuno, come Adriano Cecioni, anche scultore (in mostra sono sue due delle tre sculture esposte). Erano giovani e scanzonati, caratteristica dell’animo fiorentino, anche se diversi frequentatori di quel caffè che s’immagina odoroso di sigaro toscano e di tabacco da pipa venivano da altre regioni d’Italia. La mostra è dedicata alla memoria di due fra i più importanti studiosi e collezionisti della materia, Piero Dini, scomparso nel 2019, e Giuliano Matteucci, che ci ha lasciato nel 2023, ed è curata dalle figlie d’arte, Francesca Dini ed Elizabetta Matteucci, e da Fernando Mazzocca, autore, fra i tanti suoi, del libro sui Macchiaioli edito da Giunti e di diversi dossier della rivista su questi temi. 

Ai saggi in catalogo si rimanda per una puntuale disamina, qui rammentando almeno, come scrive Francesca Dini, che i macchiaioli furono pittori del loro tempo, guardarono anche agli aspetti più umili del dato naturale e della società. Attenti agli episodi tragici di quegli anni, utilizzarono  la “macchia” «per cogliere con immediatezza ogni frammento della realtà» in modo «da restituire attraverso quel frammento la complessità di valori soprattutto etici e sociali che quella realtà esprime».

Come fondamentale viatico alla mostra, rammentimao inoltre che il termine macchia risale al teorico del gruppo, Diego Martelli, e che Giovanni Fattori, data la presenza di molti artisti non toscani, dichiarava a scanso di equivoci che «la macchia nacque al Caffè Michelangelo e non altrove». Qui, nel 1852, era stata dedicata una saletta che fu decorata con falsi dipinti, incorniciati a trompe-l’oeil, quasi fossero appesi davvero alle pareti rivestite di carta da parati. Gli autori erano i medesimi artisti che la frequentavano, e fra loro, appunto, Giovanni Fattori, il più noto, e se vogliamo anche il più riservato. 

Non a caso, secondo Cecioni, se l’Italia non poteva vantare, al tempo, un’arte e una letteratura unitaria, c’era però l’arte toscana dei macchiaioli, dove toscani erano anche quelli che pur non essendo nati qui, erano «autori di un’arte corrispondente a quell’ordine di idee, come il Costa romano, il napoletano Abbati, il De Nittis di Barletta, prima he andasse a Parigi, il Cabianca veronese…», tutti presenti in mostra, con molti altri. 

Memori ancora della irripetibile, immensa rassegna sui macchiaioli curata da Durbé a Firenze nel 1976, ci godiamo adesso le decine di dipinti, anche di minuscole dimensioni, la metà da collezioni private, smentendo, se ancora ve ne fosse bisogno, «il bilancio fallimentare» che un critico della levatura di Roberto Longhi ancora nel 1937 attribuiva all’intero Ottocento italiano, augurando metaforicamente la buona notte «al signor Fattori». Fra i tanti capolavori spicca la grande tela, di rado esposta, e attenzione, non fotografabile, appartenuta a Toscanini: La toeletta del mattino, dipinto tardo di Telemaco Signorini, dove un gatto sornione è l’occulto protagonista di una scena di bordello, con donne discinte che già rammentano Degas.

Gloria Fossi