Oltre la pittura: opere alla Biaf a Firenze
Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze
Dopo il primo approfondimento dedicato ai dipinti presentati alla XXXIV Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze (BIAF), tra i principali appuntamenti internazionali dedicati all’arte antica e all’antiquariato, proseguiamo il nostro percorso con una selezione di sculture, bronzetti, bassorilievi e ceramiche, con le relative gallerie che li espongono. Una scelta necessariamente parziale, considerata l’ampiezza e la varietà del panorama offerto dalla prestigiosa mostra-mercato.
- WALTER PADOVANI – “La Carità” di Lorenzo Bartolini (1846)
Una tenera scena di affetto materno prende forma nel marmo di Lorenzo Bartolini con la Carità, datata 1846: una figura femminile accoglie e protegge due fanciulli, componendo un gruppo di grande equilibrio e naturalezza, nel quale la morbidezza degli incarnati e la raffinata resa delle vesti restituiscono tutta la sensibilità dello scultore per il “Bello Naturale”. Come ci illustra Ettore Spalletti nella scheda dell’opera, si tratta di una replica in dimensioni ridotte della celebre Carità educatrice, commissionata nel 1817 dal granduca Ferdinando III e oggi conservata a Palazzo Pitti: il successo di quel modello portò Bartolini a realizzarne ulteriori versioni destinate alla committenza privata. La scultura qui presentata riprende il modello in gesso conservato nella Gipsoteca della Galleria dell’Accademia di Firenze e fu eseguita nel 1846 per un’importante famiglia dell’aristocrazia genovese, come documentano anche gli stemmi Balbi e Pallavicino incisi sulla base, riferibili alle nozze tra Francesco Balbi Senarega e Maddalena Pallavicino. Particolarmente significativo è il fatto che in questa versione sia assente la scritta evangelica sul cartiglio tenuto fra le mani dal fanciullo in piedi, oltre alla parola “Educatrice” usualmente riportata nell’iscrizione sulla base, lasciando il più essenziale titolo di “La Carità”: il gruppo perderebbe così parte della connotazione etico-politica della commissione granducale per assumere un significato più intimo e universale, legato agli affetti familiari e alla cura materna.
- ALTOMANI & SONS – “Meleagro davanti ad un’effigie di Diana” di Giuseppe Piamontini (primo quarto del XVIII secolo)
Il bronzetto “Meleagro davanti all'effigie di Diana”, realizzato a Firenze da Giuseppe Piamontini (primo quarto del XVIII secolo) e documentato già nel 1720, rappresenta un'interpretazione colta e raffinata dell'antichità classica. È esposto nello stand di Altomani & Sons: piuttosto che limitarsi a una semplice riduzione in scala del celebre modello marmoreo del Meleagro conservato ai Musei Vaticani, lo scultore trasforma il mito ovidiano della caccia al cinghiale calidonio in una scena di raccoglimento e sacra offerta, collocando il nudo eroico di ascendenza classica accanto a un altare roccioso sormontato dalla statuetta di culto della dea Diana. L'opera, alta 33,5 cm e concepita per un'osservazione intima a tutto tondo, brilla per la maestria tecnica con cui sono modellate le superfici: il contrasto tattile tra la pelle levigata di Meleagro e la pelliccia liscia dei levrieri si contrappone con virtuosismo alla testa irsuta del cinghiale, alle corna del cervo e alla roccia scanalata. Ai piedi dell'eroe, i due cani animano la composizione senza turbarne l'armonia; uno solleva il muso teso verso il cacciatore guidando lo sguardo dell'osservatore verso l'alto, mentre l'altro fiuta il terreno rievocando la battuta di caccia. Fusione complessa ad elementi separati, eseguita in una lega ricca di rame e rifinita con una minuziosa cesellatura a freddo, la scultura riesce a catturare il momento successivo al trionfo, ponendo in perfetto equilibrio la prodezza del guerriero (virtus) con il dovere della devozione (pietas).
- COPETTI ANTIQUARI – “Bozzetto per l’Arengario a Milano” di Marino Marini (1938)
Dietro il “Bozzetto per l’Arengario a Milano” (1938) di Copetti Antiquari si cela l’indipendenza artistica di Marino Marini di fronte alle imposizioni della committenza. Coinvolto nel 1941 nel prestigioso cantiere dell'Arengario in Piazza Duomo a Milano per realizzare cinque bassorilievi in marmo dedicati alle “Glorificazioni milanesi dell’Evo moderno”, lo scultore pistoiese preferì eludere le direttive celebrative riproponendo i temi liberi della sua personale ricerca plastica: cavalli, nudi ed elementi archetipici. Ciò che è rimasto dell’intervento di Marini nell’impresa sono i quattro gessi preparatori oggi conservati a Livorno: due in collezione privata e due presso la Galleria Guastalla. Emblematico resta l'aneddoto, che si legge nel contributo di Chiara Pazzaglia in STUDIdiSCULTURA, Età moderna e contemporanea 1/2019: il critico Raffaello Giolli raccontò infatti di aver incontrato l'artista su un tram a Milano. Di fronte alle continue richieste della commissione di modificare il bozzetto per fare «le figure un po’ più grasse», Marini decise di interrompere il lavoro rivendicando con orgoglio la propria autonomia: «Io resto nel mio studio a scolpire quel che ho in mente. Non ti pare che sia il mio dovere, prima di tutto, far solo quel che mi par meglio?». Questa scelta intransigente, culminata nella rinuncia ufficiale dell'incarico nel febbraio del 1942, diede origine al celebre topos critico della “Fermezza di Marino”, coniato dallo stesso critico.
- BRANDI GALLERIA ANTIQUARIA – Coppia di albarelli in maiolica policroma a cineseria. Manifattura Angelo Del Vecchio (Napoli, seconda metà del XVIII secolo)
Brandi Galleria Antiquaria accoglie il visitatore come un’antica dimora di famiglia: tra libri e mobili anche una coppia di albarelli, antichi recipienti cilindrici in maiolica policroma, utilizzati un tempo nelle farmacie per contenere spezie, erbe medicinali, unguenti e preparati. I due esemplari sono decorati con distinte scene di genere in stile cineseria, un filone decorativo diffuso nel Settecento, che reinterpretava in chiave fantastica ed esotica la vita quotidiana e l’immaginario dell’Estremo Oriente. Il primo albarello raffigura un personaggio maschile seduto all’aperto, vestito secondo l’iconografia orientale e caratterizzato da un tipico cappello a punta ispirato ai copricapi cinesi dell’epoca. L’uomo tiene in mano una bacchetta, elemento frequentemente presente nelle scene di genere orientali legate all’addestramento degli uccelli. Davanti a lui si vede infatti un trespolo per rapaci, su cui è posato un volatile, mentre accanto si distingue una palma stilizzata. Alle sue spalle sono raffigurati un basamento dalle forme geometriche, sormontato da un vaso, e un altro uccello in volo, che contribuisce a creare una composizione decorativa e vivace. Il secondo albarello presenta invece una figura femminile, anch’essa abbigliata secondo l’immaginario orientale e caratterizzata da una particolare acconciatura o copricapo. La donna è raffigurata in piedi, immersa in un paesaggio naturale, mentre tiene tra le mani un ramoscello e un frutto. Accanto a lei si trova un piccolo basamento geometrico, sul quale è appoggiato un vaso, probabilmente un cesto da frutta. La scena è arricchita da grandi fiori policromi e da una palma stilizzata, elementi che, insieme alla figura femminile, accentuano la delicatezza della raffigurazione sulla maiolica.
- PIVA & C. - Centrotavola “Giardino all’italiana” in vetro di Murano. Manifattura di Giuseppe Briati (Murano, metà XVIII secolo)
Il tragitto della BIAF ci fa rivivere persino la grande stagione del vetro veneziano del Settecento, grazie a questo raffinato centrotavola della manifattura di Giuseppe Briati, esposto da PIVA & C. L’opera appartiene alla tradizione dei grandi deseri veneziani, concepiti per impreziosire le mense aristocratiche e le occasioni solenni. Un giardino all’italiana costellato di balaustre, fontane, vasi fioriti e figure ornamentali si fa qui espressione del gusto barocco per lo sfarzo e la meraviglia. Particolarmente significativo è l'impiego del lattimo, il caratteristico vetro bianco e opaco di tradizione veneziana, sviluppato già tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento per imitare l'aspetto della porcellana. Nel corso del XVIII secolo questa materia assunse un ruolo di primo piano, anche in risposta alla crescente fortuna delle porcellane europee e, soprattutto, di quelle cinesi, che alimentavano a Venezia la moda delle cineserie. Nel Settecento, inoltre, la produzione veneziana dovette confrontarsi con la concorrenza del cristallo di Boemia, particolarmente apprezzato per la sua brillantezza e lavorazione. Briati, dopo aver studiato le tecniche boeme e aver collaborato con maestri provenienti da quell'area, mise a punto un nuovo cristallo potassico, limpido e brillante, che poteva tuttavia essere lavorato a caldo secondo la tradizione veneziana.
Ginevra Poli

