Attenzione disordinata: il libro di Claire Bishop
Claire Bishop
Attenzione disordinata. Come guardiamo l’arte e la performance oggi
Johan & Levi, Monza 2025
pagg. 228
€ 29
“Attenzione disordinata mira a superare la dicotomia moralizzante di attenzione/ distrazione; sbarazzarsi di una visione economica dell’attenzione; a respingere la pienezza dell’attenzione moderna come un ideale irraggiungibile; e infine ripensare la spettatorialità contemporanea senza attribuirle necessariamente un valore, ma considerandola come qualcosa di perennemente ibrido e collettivo”. In queste poche parole sono condensati gli intenti del nuovo saggio firmato da Claire Bishop – storica e critica dell’arte contemporanea – e pubblicato in Italia da Johan & Levi con la traduzione di Federico Florian.
Attenzione disordinata. Come guardiamo l’arte e la performance oggi si interroga su una questione basilare non soltanto nel quadro degli sviluppi creativi recenti, ma anche nella cornice più ampia dell’epoca tecnologica attuale. Tessendo un discorso che combina riflessione critica, considerazioni sui paradigmi della società odierna e una lucida analisi storica delle risposte – da parte degli artisti e del pubblico – alle trasformazioni della cultura digitale, Bishop sviluppa un denso ragionamento sulle modalità con cui l’attenzione “reagisce” e prende forma nel solco di uno “scontro di strategie artistiche, convenzioni spettatoriali, inclinazioni individuali ed evenienze contestuali impreviste”.
Orientarsi non è semplice, ma lo schema fornito dall’autrice nelle pagine introduttive è un ottimo ausilio: per ciascuna delle quattro tipologie di pratica esaminate – arte basata sulla ricerca, mostra-performance, intervento, invocazione dell’architettura modernista ‒, alle quali sono dedicati gli altrettanti capitoli del volume, Bishop delinea strategia, modalità di attenzione, effetto e metodologia, riepilogando nello spazio di una tabella i concetti approfonditi nelle righe successive. La trattazione procede lungo il doppio binario della scelta artistica e della soluzione digitale, che insieme generano modalità di attenzione diverse. Ogni elemento è inevitabilmente ancorato all’altro e Bishop è in grado di tenere le redini di un’argomentazione che chiama in causa esempi concreti di esperienze artistiche afferenti alle varie tipologie elencate.
Le conclusioni a cui giunge Bishop nell’epilogo sintetizzano l’itinerario seguito dal pensiero fino a quel momento: la non linearità di Internet e la moltitudine di informazioni rese disponibili hanno influenzato la prassi di ricerca artistica e i suoi esiti espositivi, mentre l’azione performativa si è rimpossessata della durata a fronte della volatilità della comunicazione digitale, individuando tuttavia nei social media uno spunto verso la socialità e includendo un pubblico ibrido, collocato sull’intersezione fra online e offline. E ancora, come afferma Bishop, “l’economia dell’attenzione non sempre è stata respinta dagli artisti; in certe occasioni è stata mobilitata per raggiungere nuovi pubblici dispersi a livello globale, mostrando al contempo come l’arte possa essere uno strumento per esprimere il dissenso in regimi illiberali […]. La virtualizzazione della storia e l’ubiquità dell’interfaccia rettangolare hanno consolidato l’apprezzamento per l’architettura e il design modernisti, benché ciò abbia portato a un certo appiattimento della distanza storica e a una reiterazione delle forme estetiche […]. La spettatorialità, nel frattempo, si è adattata a un flusso continuo di attuale e virtuale, due condizioni intrecciate fra loro e considerate entrambe legittimi modi di vedere e pensare. Nessuno, all’inizio degli anni novanta, avrebbe potuto prevedere questo genere di cambiamenti”.
E l’intelligenza artificiale? Bishop mette in guardia non tanto sulle conseguenze rispetto alla pratica artistica – rammentando come in passato gli artisti si siano riorganizzati per adattarsi all’avvento di fotografia, cinema, televisione, video e Internet ‒, ma sul fatto che, a causa dell’enorme dispendio energetico, “dal punto vista culturale, questa nuova tecnologia rischia di esacerbare enormemente la monotonia di un mondo tecnologicamente uniforme e automatizzato”.
Arianna Testino

