Art e Dossier

Biennale Cinema 2026. La ragazza con la Leica

categoria: Eventi
8 September 2026

Alina Marazzi apre la sezione Orizzonti della Biennale Cinema di Venezia 2026 con un film manifesto. 

 

Cosa è la memoria, cosa è l’invenzione e cosa un inventario? Dove sono le differenze fra noi e gli altri, dove sono gli amici, dove l’amore e il tempo perduto? 

 

Il film sviluppa tutti questi temi, raccontando gli archivi e inventando uno dei ritratti possibili di una persona veramente esistita, Gerta Pohorylle, e del suo personaggio inventato da sé, Gerda Taro. 

È stata di Gerda l’invenzione dello pseudonimo Robert Capa, stratagemma per poter fare fotografie della controrivoluzione franchista in Spagna in prima linea, spacciando un suo amico ebreo ungherese, Endre Friedmann, per un ricco fotografo emergente americano, arrivato per documentare la guerra per il pubblico oltre l’Atlantico. Gerda è a Parigi agli inizi degli anni Trenta con altri giovani rifugiati ebrei, studenti universitari. Fra tutti è sicuramente la più intraprendente, gioiosa e curiosa verso mondo.  Nella resistenza all’ascesa del fascismo, tutti diventano militanti e scelgono la macchina fotografica al posto della macchina da scrivere. Con loro partirà per fare propaganda contro i franchisti, fino alla sua morte, nel luglio del 1937.  Quando gli altri  avranno deciso di rimanere nelle retrovie, Gerda che sta per compiere 27 anni, sceglierà di partire e fotografare dove è la battaglia, ormai quasi persa. Sarà investita da un carro armato lealista amico, dicono per errore, durante la ritirata di Brunete. Le sue foto, forse per paura, forse per propaganda, non verranno ritrovate presto. Il suo archivio rimarrà nell’oblio per più di settanta anni. 

Il tratto comune fra il romanzo e il film è il gesto di “reinvenire” un archivio femminile marginalizzato ed escluso. 

 

In questo doppio, Gerta Pohorylle/Gerda Taro, assonante ma non coincidente, è la differenza dell’invenzione del sé dalla verità del dato genealogico; esiste una verità dell’immaginazione, come atto generativo di futuro, implicita in ogni archivio. 

 

Alina Marazzi ha fatto degli archivi il suo campo di ricerca di elezione. È la reinvenzione di un archivio anche  “Un’ora sola ti vorrei”, montaggio dei super 8 di famiglia che ritraggono per un’ora sua madre, dopo la perdita. La sua firma è il gesto di “reinvenire”archivi, rimanendo sulla soglia in cui l’esperienza privata e la Storia si incrociano e noi spettatori diventiamo parte del mondo, inventandolo con il montaggio. La figura materna, la memoria, l’immaginazione e la proprietà di lanterna magica sono i tratti del cinema di Alina Marazzi, già nel film di esordio.

 

La ragazza con la Leica è un romanzo, scritto da Helena Janeczek e vincitore del premio Strega nel 2018, da cui il film è liberamente tratto. Il discorso libero indiretto letterario rimane anche nel modo di comporre di Alina Marazzi. Nel film il testo letterario diventa un ulteriore strato dell’archivio, una voce che affiora con le altre. Al contrario di un documentario didascalico, questa modalità di comporre rende quello che si vede musicale, un fotogramma è un mosaico di tutti quelli che lo precedono e che lo seguono. E si fa capace di tutto, fotografie, animazioni, clip video e frammenti di pellicola, con i bagliori dell’obiettivo, molto aperto per la mancanza di luci di scena, e i fuori fuoco che diventano voci e personaggi. Gilles Deleuze direbbe che queste immagini portano a una deriva nella memoria e nell’immaginario cinematografico. La scelta è per una verità estetica, non didascalica. Il lavoro degli attori, la messa in scena, lo spazio profilmico attuale, il cinema degli anni trenta e i documentari di propaganda si intrecciano. 

 

La ragazza con la Leica è un film che non ha paura di apparire frivolo e femminile, come un giornale di moda che si trovasse a documentare catastrofi perché sorpreso dagli eventi. Walter Benjamin ci ha raccontato che accade proprio così. L’angelo della storia non ci avvisa, l’aura non fa proclami, l’annuncio e la presenza coincidono. In questi termini, la guerra, come la propaganda, è una moda, un dato statistico. Si finisce in guerra perché quasi tutti preferiscono il conflitto al dialogo, l’unico modo di scambio ammesso è la violenza immediata. Raccontare la morte senza veli diventa l’unico modo di descrivere una società che vive per dare la morte. Per contrasto e per paradosso, questo racconto aumenta la vitalità dei narratori. 

 

Il film è costruito in modo da rendere lo spettatore partecipe della nascita dell’immaginario di Gerda Taro, vista dai suoi amici, dagli archivi delle Cineteche di Parigi, di Berlino, di Madrid e di New York (n.d.r. Dato documentato dai titoli di coda del film). Lo studio degli archivi ha preceduto il racconto. Il supporto cinematografico è lo spazio della memoria e il presente del pensiero del futuro, perché qualsiasi atto di memoria si fa per l’altro dal passato, che è sempre il futuro. 

 

Rimane una riflessione sull’attualità di questo racconto. In un tempo in cui i soldati in Ucraina vestono bodycam con il GPS per tracciarne i movimenti, diventando le cavie di un esperimento per costruire un modello probabilistico di offesa/difesa con i droni, il vedere e il fotografare hanno perso intenzionalità e sono diventati un puro dato.

 

Il film di Alina Marazzi, in questo contesto, traccia una direzione di resistenza per l’immaginario e in definitiva per l’esistenza di ciascuno come persona, non come corpo prevedibile in un sistema di probabilità condizionata.

 

Irene Guida