Art e Dossier

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Christian Boltanski a Parigi

categoria: Grandi Mostre
13 November 2019 – 16 March 2020

Christian Boltanski. Faire son temps

Paris, France
Centre Pompidou

Faire son temps, un titolo emblematico, per una mostra emblematica: l’antologica che il Centre Pompidou di Parigi dedica all’artista francese Christian Boltanski (Parigi 1944) trent’anni dopo la sua prima retrospettiva presentata nel museo parigino nel 1984. Faire son temps nella sua completezza prende la forma di una narrazione epica. In senso temporale inizia con le opere realizzate nella seconda metà degli anni Sessanta e arriva fino alle produzioni della prima decade del Duemila. Si tratta di una mostra avvolgente, la sintesi di un’epoca storica, che oggi ci sembra lontanissima, talmente il mondo reale è cambiato e con esso quello dell’arte. Le opere restituiscono a pieno il linguaggio letterario di Boltanski, determinato da un’evidente appartenenza alla cultura alta, in opposizione alla scelta di affidare la narrazione a materiali ordinari, semplici, quali la fotografia amatoriale in bianco e nero e i molti oggetti d’uso comune. Allo stesso modo risulta chiaro come il protagonista delle sue opere nel tempo non sia mai cambiato. L’uomo, inteso sia come individuo sia in senso collettivo, di cui Boltanski traccia in ogni singolo lavoro un percorso che trova eco nella propria storia individuale e nell’analisi sociologica della sua epoca. Come Boltanski stesso racconta la sua carriera deve molto al caso, all’“hasard”. Per caso, nel 1957, cominciò a modellare, incoraggiato dal fratello Jean-Elie, degli oggetti in creta, ai quali associò una serie di dipinti con temi storici legati a conquiste militari e alla conseguente distruzione dei luoghi conquistati. Quei lavori erano per lui un gioco, non ne resterà nulla (a eccezione della Chambre ovale, oggi parte della collezione permanente del Centre Pompidou) in termini di opere, parecchio gli rimarrà dentro, invece, come esperienza. Modellare, costruire personaggi, “poupées”, “fetiches” flottanti, che in seguito utilizzerà come interpreti dei suoi filmati, dei quali il primo, La vie impossible de C. B. (1968), ripreso successivamente (2001), sarà presentato nel maggio dello stesso anno al cinema Le Ranelagh di Parigi. Alla fine degli anni Sessanta incontra il pittore e fotografo Le Gac che lo invita a partecipare a una collettiva ospitata al Centre Culturel Américain (Parigi). Subito dopo è alla sesta edizione della Biennale di Parigi dove con Gina Pane e Le Gac realizza La Concession à perpétuité (1969).  Il 1969 per Boltanski è un vero e proprio spartiacque. Prende coscienza del mestiere d’artista, comincia a lavorare su un tema che diventerà un “leitmotiv” nella sua produzione: la ricostruzione del tempo, inteso come vissuto individuale e collettivo, nel tentativo di “rendere presente” il presente, opponendosi alla perdita della memoria che determina la morte spirituale dell’uomo. Il risultato è Recherche et présentation de tout ce qui reste de mon enfance, 1944-1950 (1969), un libro che in mostra ha un proprio spazio autonomo quasi a indicare l’incipit di una lunga narrazione. Recherche è modesto nella forma, fatto di sole sette pagine, scritte a mano o dattilografate, in cui Boltanski ha inserito una delle sue foto di classe. L’opera è la prima di una serie di libri d’artista che realizzerà nel corso di tutta la sua carriera. In quel periodo la sua indagine in tal senso si espande, sviluppando un confronto tra il modello più emotivo e personale dei suoi libri con quello più oggettivo di Edward Ruscha che incontra alla Galerie Bama di Parigi. In Faire son temps ogni opera esposta introduce già a quella successiva. Risulta così chiaro che mentre Boltanski lavorava alla Recherche, il suo interesse era già orientato verso una ricerca più ampia: la rappresentazione della vita, quella autentica, vissuta ogni giorno da donne e uomini normali, da famiglie normali, come quella in cui è cresciuto, dove ogni gesto, ogni oggetto è unico e prezioso perché appartiene alla vita stessa delle persone. Un pensiero, questo, che prende forma nell’Album de photographies de la famille D. entre 1939 et 1964 (1971), considerato uno dei suoi primi grandi affreschi sociali. La “famille” D. era la famiglia di Michel Durant che, come fece notare l’artista, rappresentava la tipica famiglia francese normale. Durant, più tardi, diventerà uno dei suoi galleristi.Le immagini fotografiche ingrandite e sfocate, poco leggibili dell’Album sono messe insieme senza un senso e un indirizzo preciso: fanno riferimento a spazi mentali ed esistenziali, quelli in cui ogni persona può ritrovare una parte di se stessa, un riflesso della propria vita e/o una storia personale. In mostra, nel passaggio tra un lavoro e l’altro, emerge come a partire dall’Album l’uso della fotografia in bianco e nero diventi nell’opera di Boltanski dominante o, come dice l’artista, «majeur». «Gli album fotografici», spiega, «sono un esempio di rito sociale. Sono caratterizzati da temi molto simili: le vacanze, la prima comunione, il battesimo, riti gioiosi»; contengono immagini senza pretese ma importanti, chiarisce ancora Boltanski, non per il loro valore estetico ma storico.Poco era passato dai suoi esordi come giovane artista, quando l’“hasard” lo porta a incontrare l’architetto Hashim Sarkis alla Galleria Sonnabend (Parigi), alla quale Boltanski aveva inviato in visione una serie di opere. Sarkis vede il suo lavoro e lo invita a esporre insieme a lui al Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris. Sonnabend visita la mostra e acquista tutte le sue opere. Boltanski entra a far parte della galleria.Gli anni Settanta sono stati il periodo delle avanguardie, gli artisti formavano una “communauté”, «molto si giocava sugli incontri», spiega l’artista nell’intervista con Blistène. Boltanski incontra poi Harald Szeemann che lo invita a Documenta 5. Espone l’Album de photographies de la famille D. entre 1939 et 1964, già presentato da Sonnabend. La strada, per lui, è tracciata.Tra le tante installazioni fotografiche esposte nelle sale, improvvisamente l’attenzione viene attirata da Les habits de François C. (1971), un lavoro diverso, realizzato con abiti presi a caso e incorniciati come opere preziose «perché», spiega l’artista, «appartenuti a una persona». L’uso degli abiti come medium diventerà determinante tra la fine degli anni Ottanta e nel corso degli anni Novanta e troverà l’apoteosi e la sintesi in Personnes, la maestosa installazione creata per l’edizione 2010 di Monumenta al Grand Palais di Parigi in cui grandi cumuli di vestiti venivano spostati e fatti cadere su differenti mucchi indistinti da una gru. Nel percorso della rassegna si nota perfettamente come nel tempo le opere abbiano assunto una struttura sempre più imponente. è stata la conseguenza della sempre più intensa partecipazione di Boltanski alle biennali d’arte e mostre internazionali e della sua definitiva affermazione come artista internazionale.Visitare una personale di Boltanski è un test anche per lo spettatore. L’intensità del suo lavoro non permette distrazioni e mette a dura prova le nostre emozioni. La Mort du grand-père (1974) e Théâtre d’ombres sono opere che hanno tratto ispirazione dal teatro di Tadeusz Kantor (1915-1990). Reliquaire (1990), Réserve: Les Suisses morts (1991) sono invece un’indagine storica e una riflessione sulla morte che, con Sentimental Père-Mère de C.B. (2000), La vie impossible de C.B. (2001) e Mes morts (2002), affronterà in modo anche molto personale. Ma l’arte non può staccarsi dalla vita. Boltanski lo sa bene. E con la vita rinnova il patto. è l’ora dei “battiti del cuore”. Quando viene invitato a produrre un lavoro in Giappone sceglie Teshima, una piccola isola “lontano da tutto” e là costruisce un piccolo edificio ispirato alle case dei pescatori all’interno del quale realizza Les Archives du coeur, una grande installazione su cui l’artista lavora da molti anni che ha lo scopo di conservare in un unico luogo le registrazioni sonore dei battiti del cuore di migliaia di persone. 

Riccarda Malandrini