Art e Dossier

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Marisa Merz: una mostra a Lugano

categoria: In galleria
22 September 2019 – 12 January 2020

Marisa Merz. Geometrie sconnesse palpiti geometrici

Lugano, Switzerland
Collezione Giancarlo e Danna Olgiati

Il titolo della mostra deriva da una frase autografa che Marisa Merz, artista delicata e riservata scomparsa lo scorso luglio, aveva appuntato su una parete della sua casa-studio. Moglie di Mario, del quale ha portato il cognome, e nota in particolare per essere stata l'unica donna a essere inclusa da Germano Celant nel gruppo dell'Arte Povera, è stata scelta da Giancarlo e Danna Olgiati come protagonista di una mostra in corso presso la sede della loro collezione permanente a Lugano. Gli Olgiati sono da sempre particolarmente sensibili ai lavori degli artisti dell'Arte Povera, a cui hanno dedicato un'intera sala che può considerarsi il contesto entro cui si è sviluppata la personale e originalissima poetica di Marisa Merz. Inoltre, quella dell'artista torinese è una presenza discreta ma rilevante all'interno della loro raccolta: “già molti anni or sono, infatti, ci innamorammo di una testina realizzata negli anni Settanta [...]; un secondo acquisto ebbe luogo dopo la morte di Mario Merz: un autoritratto dolente integrato nel profilo pietroso dell’amatissimo marito; la terza opera presente in collezione evoca pure un volto, dipinto su metallo e cosparso di quadretti in foglia d’oro di klimtiana memoria. Tutte rivelano una cifra intimista che ci ha sempre profondamente colpito e affascinato”, dichiarano Giancarlo e Danna. La scelta delle quarantacinque opere provenienti sia da importanti collezioni pubbliche e private, soprattutto svizzere, sia dalla raccolta dell'artista – alcuni lavori sono inediti –, è stata fatta in collaborazione con la curatrice Beatrice Merz e con la Fondazione di cui quest'ultima è presidente, e intende ripercorrere le origini di una ricerca artistica tra le più notevoli del secondo Novecento, puntando in particolare l'attenzione sull'indagine di Marisa Merz sul volto, e più in generale sulla figura umana. Alle prime opere iconiche e storiche – dai disegni alle sculture in argilla cruda, dalle tessiture in filo di rame e nylon agli oggetti in cera – si affianca “una successione di volti sconosciuti e trasfigurati, ma profondamente reali” (Beatrice Merz), che Ester Coen nel suo saggio in catalogo definisce come “affioramenti dal nulla, dall’abisso magmatico di una materia plasmabile” e che “si innestano in un percorso cognitivo quasi a confermare la logica dell’esperienza vissuta nell’atto stesso del suo modellarsi”. Una sorta di “apparizioni di una mente che scava nelle viscere della materia”, ed è proprio la materia quotidiana, di basso valore intrinseco, a instaurare un legame e un dialogo indissolubile con gli altri esponenti dell'Arte Povera, entro la quale Marisa Merz tuttavia conduce un discorso indipendente, legato al pensiero – “L'arte è una cosa mentale”, ha dichiarato – e alla riflessione sulla geometria, sul senso della misura, sul ritmo. Ecco allora i disegni in grafite di teste umane riempiti di segni vorticosi (ma che potenza, e insieme che leggerezza, quei volti che emergono dai neri), ecco i bagliori d'oro che sembrano quasi aureole o le intense pennellate azzurre e rosse, ecco il trionfo di una “tecnica mista” in cui al legno, all'argilla, alla carta, si affianca l'alabastro, la resina, la paraffina. Senza dimenticare le scarpette di rame che hanno accompagnato i primi passi di Marisa Merz sul sentiero dell'arte e infine quelle testine dritte, sdraiate o appoggiate sui treppiedi che il marito Mario costruiva apposta per lei, e che richiamano alla mente manufatti antichi e primordiali, aprendo contemporaneamente uno squarcio sul mondo contemporaneo. Douglas Fogle scrive che il lavoro di Marisa Merz – “profondamente umanista, che va molto oltre la povertà di valori circoscritta dalla definizione letterale di Arte Povera” – pare infestato dai fantasmi: non minacciosi e spaventosi, “ma piuttosto dei resti evanescenti di oggetti appartenuti al palinsesto dello spazio e del tempo. Paradossalmente, sono presenze incorporee benché fortemente presenti, collocate nello spazio e nel tempo”.

Marta Santacatterina