Art e Dossier

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MAST BOLOGNA GIOVANNA

categoria: Grandi Mostre
21 December 2020 – 14 February 2021

 

Nel nostro secolo la fotografia segue cammini diversificati, plurali, rispetto ai quali ogni autore ha la possibilità di mettere in campo le proprie idee, di far tesoro del proprio bagaglio culturale, storico, politico, tecnologico per scegliere verso quale bersaglio puntare l’obiettivo e per impegnarsi consapevolmente sul proprio progetto. Il tutto al fine di essere chiaramente individuabile in un contesto fortemente competitivo e attraversato, come già scriveva Italo Calvino in Lezioni americane (prima edizione uscita postuma nel 1988), «da una pioggia ininterrotta di immagini». Riconoscibili e portatori di un messaggio definito e inequivocabile sono i finalisti della sesta edizione di Mast Photography Grant on Industry and Work, concorso internazionale a cadenza biennale, curato da Urs Stahel, teso a selezionare ogni volta cinque giovani fotografi capaci di misurare il proprio talento nei confronti del mondo produttivo, delle problematiche e dei cambiamenti legati ai processi di sviluppo, del nostro agire economico e sociale. Evento che ha dato luogo all’omonima esposizione, con le opere dei finalisti, fino al 3 gennaio 2021 alla Fondazione Mast di Bologna. La mostra ci colpisce nel complesso per l’abilità espressiva, per la profondità di analisi visiva, per lo sguardo innovativo che gli artisti lasciano trapelare dai loro lavori e che ci costringono a fare i conti con contraddizioni, mancanze, ingiustizie, dimenticanze. Di fronte a noi tre installazioni di Alinka Echeverría (1981, di origine messicano-britannica), vincitrice del concorso con il progetto Apparent Femininity, nato dalla volontà di recuperare tasselli relativi alla prima fase del cinema e della programmazione informatica, àmbiti nei quali le donne hanno giocato un ruolo cruciale. Un aspetto trascurato e qui riportato alla luce nelle tre esperienze dal titolo Hélène, Grace e Ada, uniche ma sinergiche l’una con l’altra e fondate tutte su fotografie d’archivio riproposte dall’artista con tecniche e supporti differenti. Hélène è l’emblema delle “cutters” ovvero delle donne addette a montare le pellicole, che venivano composte tagliando e mettendo insieme le varie parti senza che fosse impartita alle operaie alcuna istruzione in merito. Ampia autonomia, dunque, e grande spazio alla loro creatività. Echeverría, ingrandendo e solarizzando i dettagli degli scatti stampati su lastre di vetro, mette a fuoco e «cristallizza», come leggiamo nel catalogo espositivo, il prezioso lavoro manuale.

Grace, dedicata a Grace Hopper, scienziata e informatica americana, programmatrice del computer Harvard Mark I e ammiraglio della Marina degli Stati Uniti, si avvale di una tenda led su cui compare un’animazione ispirata da una fotografia di Berenice Abbott (1898-1991), Woman Writing an Early IBM Computer, accompagnata da una serie di tracce sonore originali realizzate da Daphne Oram (1925-2003), pioniera del Graphical Sound. Uno spettacolo suggestivo che ci affascina e quasi ci ipnotizza.

Ada, infine, è un omaggio ad Augusta Ada King-Noel, contessa di Lovelace (nata Byron, 1815-1852), la matematica ritenuta da molti la prima programmatrice della storia. In questo caso ci troviamo a osservare un enorme mosaico murale con scene e ritratti d’archivio legati alla tecnologia informatica e riprodotti con procedimenti diversi quali la stampa su vetro, la solarizzazione e la gelatina d’argento.

Un racconto per immagini corposo, Apparent Femininity, che stimola domande e riflessioni sulle qualità femminili e sul concetto di femminilità da ridefinire, secondo Echeverría, anche in virtù della “quarta rivoluzione industriale”, dove la spinta sempre più incalzante all’uso e alla fusione di varie tecnologie apre uno scenario dalle potenzialità tutt’altro che prevedibili. Coinvolgenti pure i progetti degli altri partecipanti, a partire da Chloe Dewe Mathews (1982), che ha puntato il dito sullo sfruttamento del suolo a sudovest di Almería, nella Spagna meridionale, dove si estende per circa duecento chilometri quadrati il cosiddetto “Mar de Plástico” (mare di plastica), gigantesco “orto” artificiale in cui si produce metà della frutta e della verdura destinata a rifornire ogni anno i mercati europei (For a Few Euros More). E ancora Aapo Hutha (1985) che fa interpretare a software di riconoscimento delle immagini, basati su algortitmi di intelligenza artificiale e accompagnati da un sintetizzatore vocale, fotografie tratte dal suo archivio personale (Sorrow? Very Unlikely), con esiti piuttosto limitati e stereotipati. Invece Pablo López Luz (1979), con la serie Baja Moda (letteralmente bassa moda), immortalando alcune vetrine di Cuba, Ecuador, Messico e Cile, rimaste a oggi inalterate e in apparenza indifferenti alla globalizzazione, si concentra su due fattori chiave della cultura latinoamericana: identità e resistenza. Per finire, Maxime Guyon (1990) con Aircraft presenta attraverso fotogragfie di grande impatto estetico pezzi di velivoli tutti in primo piano, dove ogni elemento è riprodotto con meticolosità e nitidezza. Immagini attraenti e nello stesso tempo alienanti rispetto alle quali la percezione di controllo dei singoli frammenti non esclude la possibilità, secondo quanto ricaviamo ancora dal catalogo della mostra, di una «visione totale, artificiale, quasi feticista».