Tarocchi all'Accademia Carrarra
Tarocchi. Le origini. Le carte. La fortuna
Silvana Editoriale, Accademia Carrara di Bergamo, Milano 2026
Edizione bilingue italiano/inglese
256 pp., oltre 200 illustrazioni a colori
€ 32
Il libro che accompagna la mostra all’Accademia Carrara (Bergamo, 22 febbraio - 2 giugno 2026), si impone come strumento autonomo e articolato per comprendere la storia e la fortuna dei tarocchi. Curato da Paolo Plebani, ideatore anche della rassegna, ne ricostruisce le origini fra storia, sociologia e arti figurative, e ne indaga significati, trasformazioni e persistenti ambiguità simboliche.
Rileggendo Natalia Aspesi, in un ritaglio da “la Repubblica” conservato nel catalogo della storica mostra ferrarese del 1987, viene da sorridere: tra «matti e bagatti», queste carte – almeno nei semi minori – si vedevano ancora «in mano ai giocatori di paese». Forse, ancora oggi, in qualche circolo appartato, i tarocchi impegnano anziani avventori in partite simili alla briscola. Ma oggi c’è il web, cui ci si affida anche per consultare il futuro. Dall’uso quotidiano e popolare del passato alle odierne declinazioni digitali e divinatorie, i tarocchi continuano a vivere in costante tensione tra gioco, simbolo e interpretazione.
Il volume segue con chiarezza questa lunga durata: dalle carte con cui si giocava nelle corti – quando i tarocchi, allora detti Trionfi, in omaggio a Petrarca e ai suoi onirici carri allegorici, erano insieme intrattenimento raffinato e oggetti preziosi per azzimati damerini e raffinate dame – alle riletture esoteriche tra Sette e Ottocento, fino alle fascinazioni novecentesche, da Max Ernst ad André Breton fino a Niki de Saint Phalle. Soprattutto, fu Italo Calvino a rilanciare, se mai ve ne fosse stato bisogno, l’interesse per i tarocchi. Nel 1969, chiamato da Franco Maria Ricci a confrontarsi con lo storico mazzo Colleoni — allora smembrato tra Bergamo e New York — finì per “perderci la testa”, ma riuscì poi, nel Castello dei destini incrociati, a costruire una mirabile favola in cui le immagini sostituiscono la parola e le carte diventano macchina narrativa pura, ispirata alla più elaborata ars combinatoria.
Spiccano, fra le illustrazioni del catalogo, le figure incantevoli dipinte dall’“arcigoticissimo” Bonifacio Bembo, ai vertici della produzione figurativa nel crepuscolo del Medioevo: imperatori, virtù, astri e figure allegoriche si intrecciano tra ordine simbolico e qualità pittorica. Il catalogo tiene insieme con equilibrio questi livelli – storico, artistico, interpretativo– grazie ai contributi di diversi studiosi, che ampliano il discorso oltre il già vasto contesto espositivo. Ne emerge l’idea dei tarocchi come sistema figurativo stabile nella struttura ma mobile nei significati: non solo strumento divinatorio né soltanto gioco di società, ma macchina narrativa capace, a volerci credere, di interrogare il presente.
In questi nostri tempi cupi resta una lieta distrazione ripensare alle figure evocate da Calvino: “giovani vestiti con sfarzo, come per una festa principesca”, nei “ventidue arcani maggiori [che] parevano arazzi d’un teatro di corte”, mentre coppe, denari, spade e bastoni splendevano come imprese araldiche ornate da cartigli e fregi.
Gloria Fossi

