Art e Dossier

Cézanne alla Fondation Beyeler

categoria: Mostre
3 febbraio – 25 maggio 2026
Riehen, Svizzera
Fondation Beyeler

C’è tempo fino al 25 maggio per visitare la grande mostra dedicata a Paul Cezanne (1839-1906) alla  Fondation Beyeler. Come spesso accade negli spazi progettati da Renzo Piano, i dipinti esposti dialogano con grazia quasi miracolosa con il paesaggio che filtra dalle ampie vetrate: il verde disciplinato del parco, la luce tersa, l’orizzonte in lontananza diventano una quinta silenziosa, un controcampo naturale alla costruzione pittorica del maestro di Aix. La mostra si fonda su un nucleo prezioso: sette Cezanne della collezione Beyeler ai quali si aggiungono decine di prestiti da tutto il mondo. Fil rouge sono le prove estreme dell’artista. È negli anni ultimi, di fatto, che la pittura di Cezanne si fa più scabra, mentre la pennellata spesso risparmia ampie aree bianche. Quando il poeta Reiner Maria Rilke visitò la mostra postuma a lui dedicata al Salon di Parigi del 1907, si sentì dire da un’amica pittrice che certe tele erano incompiute perché Cezanne non aveva saputo come terminarle. Ma no, si sbagliava, quell’effetto era voluto. E a proposito delle mele che compaiono spesso nelle sue nature morte, secondo il poeta austriaco non si poteva immaginare di mangiarle tanto erano divenute oggetti, snaturate, semplici forme geometriche. Casomai erano solo da cuocere… Le lettere di Rilke su Cezanne restano un bel viatico alla mostra (nell’edizione curata da Giorgio Zampa, riproposta da Abscondita nel 2023, e anche da Bettina Kaufmann Cezanne. Rilke. Quadri di un’esposizione, Jaca Book 2023). Ed ecco il nostro viatico alla mostra: gli studi più aggiornati hanno dimostrato quanto la radicalità finale di Cezanne non sia un approdo improvviso ma l’esito coerente della ricerca di tutta una vita. Si ripete spesso che Picasso lo considerava «il padre» di tutti i giovani artisti, formula divenuta proverbiale che in mostra ritrova concretezza visiva. L’influenza di Cezanne sulle avanguardie, che nelle sue soluzioni formali individuarono un punto di non ritorno, fu riconosciuta all’epoca non solo da Picasso ma anche, forse soprattutto, dal giovane Matisse. Il quale, pur non disponendo di grandi mezzi economici, fu tra i primi, nel 1898, ad acquistare da Vollard una piccola tela con le Bagnanti, che era divenuta la sua ossessione. Mi ha sempre colpito una dichiarazione nel 1925 di un Matisse già famoso: «Nei momenti di dubbio, quando ero ancora alla ricerca di me stesso, timoroso delle mie scoperte, pensavo: “Se Cezanne ha ragione, io ho ragione”. E sapevo che Cezanne non si sbagliava. Ci sono, nella sua opera, leggi architettoniche assai utili per un giovane pittore, perché ebbe, fra i più grandi, il merito di volere che i toni conferissero forza al dipinto». Né Matisse né Picasso lo incontrarono mai personalmente, ma entrambi non fecero mistero della loro folgorazione per il maestro di Aix. Aggiungo un’altra ispirazione, per così dire, occulta, o meglio, celata nelle tasche sformate della giacca di Modigliani. Il quale a Parigi teneva come una reliquia, come un santino, la riproduzione in miniatura di un dipinto ora a Washington, che aveva visto al Salon del 1907, forse il più denso di sottintesi fra quelli ora esposti a Basilea: Il ragazzo con gilet rosso, modellato sulla figura di un giovane italiano che aveva posato più volte per Cezanne (come si vede ora in due acquerelli di collezione privata)

Quella di Cézanne non è una semplice astrazione delle forme: è stratificazione geologica e primordiale nelle reiterate vedute della Montagne Sainte-Victoire; studio di tensioni e piani volumetrici nei ritratti; variazioni sul tema dei bagnanti, uomini e donne nudi o seminudi resi con un morbido, quasi astratto erotismo. I corpi si aggregano come architetture primarie nei pressi degli specchi d’acqua, e l’umidità atmosferica viene restituita con  pennellate rapide sui toni del verde e del magenta. Spesso Cézanne, come si diceva, lascia affiorare il bianco della tela, risparmiando le figure con effetti sorprendenti. E sono fra i dipinti più suggestivi. Ne emerge un Cézanne meno mitizzato e più radicale, artefice di una vera e propria rivoluzione pittorica. Il padre di tutti, appunto. Da una parte, dunque, la sua solitudine ostinata, il suo lavoro lento e analitico; dall’altra l’eco dirompente che avrebbe avuto nel Novecento. A oggi, ogni sguardo moderno sembra passare inevitabilmente dalle sue montagne, dalle sue vertiginose e sbilenche nature morte, dai suoi ritratti innovativi come Autoritratto con tavolozza (1890, in prestito da Zurigo), che ci pare fonte diretta per l’Autoritratto di Matisse del 1917 (che si può ammirare a Cateau Cambrésis). L’opera più intrigante? L’eterea Toilette con l’asciugamano appeso (1890 circa), piccolo meraviglioso acquerello.


Nella stessa sede è aperta fino al 26 aprile – la mostra Sensations, che da fine febbraio si affianca a Cezanne. Il percorso propone una riflessione sul concetto di “sensazione”, intesa insieme come percezione e come emozione, attraversando alcune tappe fondamentali della collezione della Fondation Beyeler. Punto di partenza è ancora una volta Cezanne, che parlava di sensations colorantes come fondamento essenziale della propria arte: la traduzione diretta sulla tela delle impressioni visive cromatiche.

Accanto a lui sono presentate opere di artisti che rendono tangibili le proprie sensazioni attraverso forme peculiari di percezione o intensità emotive: tra gli altri Francis BaconJean-Michel BasquiatLouise BourgeoisWassily KandinskyFernand LégerClaude MonetMark Rothko e Andy Warhol. Due mostre diverse, ma intimamente connesse: perché se Cezanne ha rifondato la pittura come costruzione dello sguardo, è proprio nella “sensazione”, nella vibrazione primigenia del vedere, che quella costruzione trova la sua origine più autentica.

 

Gloria Fossi