Art e Dossier

Matisse: una grande mostra al Grand Palais a Parigi

categoria: Mostre
24 marzo – 26 luglio 2026

Matisse 1941-1954

Parigi, Francia
Grand Palais

Nel 1950 Matisse si augurava, nonostante la tarda età, di poter morire giovane. La mostra al Grand Palais rende merito della incomparabile tenuta stilistica e di contenuti dell’anziano artista. Quando morì, nel 1954, ottantaquattrenne, aveva lavorato sino a due giorni prima a una grande vetrata destinata agli Stati Uniti. Eppure già nel 1941, punto di partenza della mostra, era sopravvissuto, «per un pelo di gatto d’angora», a un intervento che lo aveva lasciato semi-infermo: fragile nel corpo, giovane nello sguardo e nell’invenzione. Gli anni finali furono la sua stagione più raffinata nelle forme, più luminosa nei colori, più geniale nelle relazioni spaziali. In altri ultraottuagenari — Tiziano o Picasso, fra i più noti — la pennellata disfa i pigmenti scuri, immalinconisce le espressioni. Non così per Matisse.

I primi anni Cinquanta fioriscono con disegni al tratto di figure acrobatiche, vetrate che vivono di luce propria, composizioni di papiers gouachés, découpés et collés, ottenute ritagliando arabeschi, fiori, animali nella carta colorata a tempera. Fuochi d’artificio, dalla serie di disarticolati Nudi blu, a La Gerbe, per un grande pannello di ceramica. E poi l’Escargot, spirale di quadrati irregolari ritagliati a mano. Le sagome colorate sono “risparmiate” sul bianco della filigrana della carta, in un gioco sottile fra pieni e vuoti. Anche il nero è fonte di luce, non fondale ma colore vivo, talvolta arabescato con sottili linee dipinte col bianco, o riquadrato come le piastrelle di un pavimento, i carrelages.

In precedenza, fra 1941 e 1950, anni documentati in mostra da decine di tele, molte mai esposte prima, Matisse dipingeva ancora al cavalletto, e toccava l’apice nella lirica serie degli “interni di Vence”. A Villa Le Rêve modelle spesso senza volto leggono o siedono assorte, circondate da oggetti che Matisse portava con sé dalla giovinezza — la cioccolatiera dono di nozze, una conchiglia, un vasetto di cristallo, la poltrona gialla e arancio: una rêverie, un sogno, appunto, nel salotto con tende a strisce colorate, le persiane chiuse, socchiuse o aperte sulle palme del giardino.

Con lucidità disarmante, Matisse esprime sino all’ultimo la gioia di vivere, la poesia del colore puro. I suoi intenti — far cantare i colori, offrire calma e relax, farci accomodare su una poltrona confortevole — trovano adesso piena realizzazione, e con il puntiglio di sempre. All’ingresso della mostra, un video di François Campeaux (Vence, 1945), lo inquadra al cavalletto. Davanti al pittore la modella siede impacciata. Lui le indica con tono gentile ma perentorio come sistemare le pieghe del soave abito da sera bianco. Anche qualche centimetro fa la differenza, per un quadro esposto più avanti. Oltre trecento opere, tutte magnifiche, senza alcun cedimento, in una mostra che molti già indicano come la più importante dell’anno, non solo su Matisse. Matisse = la pittura, come diceva Cartier Bresson.

Gloria Fossi