Si ispira all’acqua l’opera di Alexey Morosov per il Padiglione della Repubblica del Kirghizistan alla Biennale Arte 2026
Belek
Combina piani temporali e concettuali differenti l’intervento di Alexey Morosov per il Padiglione della Repubblica del Kirghizistan, nella cornice della 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia. Alla base del lavoro, allestito presso il Convitto Foscarini, nell’ex chiesa di Santa Caterina, con la curatela di Geraldine Leardi, c’è infatti una riflessione sulle trasformazioni del paesaggio geofisico del Kirghizistan determinate dall’installazione di strutture idro-ingegneristiche nella seconda metà del secolo scorso, ma anche un rimando alla memoria culturale di una civiltà nomade e all’antico gioco equestre Kok-Börü, che rafforza il legame fra essere umano e territorio.
Passato e futuro entrano in dialogo sulla superficie dell’elemento naturale protagonista dell’opera di Morosov – l’acqua, intesa sia come risorsa di importanza planetaria sia come organismo che ha plasmato la storia dell’Asia centrale. Il titolo dell’intervento – Belek, termine kirghiso per indicare il dono – evoca l’inestimabile valore dell’acqua in un ambiente montano come quello del Kirghizistan, ma il dono è anche il ricchissimo patrimonio di tradizioni e memoria culturale del popolo kirghiso, trasmesso di generazione in generazione.
Il poderoso video affresco posto al centro dello spazio espositivo si relaziona non soltanto con il suono, la pittura e la scultura, ma pure con l’architettura ospite, dando forma a una installazione realmente immersiva. Sono le parole dell’artista a chiarire ulteriormente le peculiarità della sua opera: “Per me, Belek non è un ritorno al passato, ma un movimento attraverso di esso. Sono nato e cresciuto in Kirghizistan, un paese plasmato dalla cultura nomade, e io stesso rimango un nomade. Questa esperienza non appartiene alla memoria; opera come una geometria interiore – il fluire dell’acqua e l’eredità degli antenati che vivono nel nostro presente. In questo progetto, l’intero mio percorso artistico si concentra in un unico punto di tensione, dove il dono perde la sua dimensione personale e diventa una forma di responsabilità che non può essere né trasferita né annullata”.
Arianna Testino

