Art e Dossier

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Un omaggio a Mauro Staccioli a Firenze

categoria: In galleria
11 maggio – 27 luglio 2018

Mauro Staccioli. Lo spazio segnato

Firenze
Galleria Il Ponte

“La ragione per cui si fa una scultura è quella di trovare il senso dell’essere, dello stare nello spazio e nel tempo, di dare una forma significativa al mio, al nostro passaggio”: è così che Mauro Staccioli illustrava la sua particolare concezione di scultura. A pochi mesi dalla morte, la Galleria Il Ponte di Firenze offre un importante omaggio all’artista di Volterra con il quale intrattiene rapporti di collaborazione fin dal 2004 quando, dopo una ristrutturazione e una riprogrammazione sostanziale delle attività, venne organizzata la prima mostra a lui dedicata; ne scaturì anche una profonda amicizia, e ora proprio la Galleria Il Ponte conserva l’Archivio di Mauro Staccioli ed è coinvolta nelle mostre che lo vedono protagonista, come quella –  imponente, dal momento che ospita ben ventisei installazioni, anche molto grandi – alle Terme di Caracalla a Roma (dal 13 giugno). Negli spazi fiorentini sono esposte circa quindici opere prodotte in un ampio arco cronologico (dalla fine degli anni Sessanta al 2009), tra sculture, bozzetti, disegni e due installazioni di grandi dimensioni, una delle quali riproduce il progetto presentato alla seconda edizione della Biennale di Scultura organizzata nel 1976 dal Museo del Paesaggio di Verbania e destinato a essere messo in opera presso le mura delle carceri: si trattava – e si tratta anche oggi, nell’attuale rifacimento – di grande contrafforte curvo, che sembra sostenere la parete a cui si appoggia, con l'aggiunta di una doppia punta di ferro: cemento e metallo sono infatti tra i materiali privilegiati dell’opera di Staccioli, a cui si aggiunge l’acciaio corten con il suo spiccato rosso ossidato. La seconda installazione – affiancata dallo studio originale – riprende invece una parete intonacata a cemento con una punta-lama rivolta verso l’osservatore e realizzata nel 1975 nello Studio Sant'Andrea di Milano. Opere, queste, rappresentative di un linguaggio duro e aggressivo che negli anni Settanta “rifletteva l’aspro e violento clima politico degli ‘anni di piombo’, per sfidare apertamente lo spazio sovvertendone gli equilibri statici e dimensionali, generando effetti di straniamento nell’osservatore” (Maria Laura Gelmini) e che nei decenni successivi si è man mano ammorbidito, portando lo scultore di Volterra a riflettere sempre più sul rapporto tra opere e ambiente, a istituire, con i suoi archi rovesciati, i cerchi, i dischi, le sfere, i triangoli, i prismoidi e le stele, una relazione con il paesaggio e con gli edifici, quasi che questi elementi primari possano diventare – secondo una definizione di Gillo Dorfles – delle “coordinate del paesaggio o del luogo in cui sorgono”. E allora le forme solide e apparentemente instabili testimoniano l’indagine profonda di Mauro Staccioli non solo sul luogo – non a caso il suo lavoro preparatorio è stato paragonato a quello di un architetto – ma anche sulle persone che lo popolano o lo frequentano, e che di quel luogo una volta installata l’opera hanno inevitabilmente una visione differente, più consapevole e contemplativa. Basti pensare a La Boldria e Tondo pieno (2009) che, nella loro dimensione ciclopica e disposti in dialogo l'uno con l'altro, dominano la SR 68, nel tratto collinare che da Volterra porta alla frazione di Saline.

Marta Santacatterina