Art e Dossier

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Uccello nello spazio, Brancusi

categoria: dentro l'opera

Un celebre aneddoto ricostruito nella forma più attendibile da Daniel McClean, avvocato esperto in legislazione sull'arte e sulla cultura, racconta di come un'opera di Costantin Brancusi avesse incontrato un problema alla dogana del porto di New York, nel 1926: un funzionario non riusciva a capire cosa fosse lo strano oggetto che lo scultore rumeno aveva portato negli Stati Uniti per una mostra. Brancusi dichiarò che si trattava di un'opera d'arte, ma il doganiere non si lasciò convincere e classificò l'oggetto sotto la categoria “Kitchen Utensils and Hospital Supplies” (“Utensili da cucina e forniture da ospedale”). L'artista non accettò le ragioni dell'ufficiale della dogana e decise di fare ricorso: ne nacque un processo che diede poi ragione a Brancusi.  L'opera in questione è l'Uccello nello spazio, di cui lo scultore eseguì diversi esemplari tra il 1923 e il 1940. Ciò che aveva turbato il doganiere, e con lui molti amanti dell'arte e visitatori delle mostre in cui l'opera veniva esposta, era sostanzialmente il fatto che l'Uccello nello spazio non dà l'idea di rappresentare un vero volatile. Manca di riferimenti concreti, e per il pubblico del tempo un'opera d'arte era considerata tale solo se si rifaceva in modo evidente alla realtà. L'Uccello nello spazio è la tappa finale di un percorso che Brancusi iniziò nel 1910, quando l'artista decise di creare una traduzione plastica della Maiastra, mitico uccello del folklore rumeno, dal canto melodioso, il cui compito era quello di guidare il principe delle favole attraverso varie peripezie per congiungersi (o ricongiungersi) alla principessa. Il richiamo al folklore e alla tradizione popolare è funzionale all'idea di Brancusi di un'arte che, prendendo spunto dalla creatività primitiva, arrivi a cogliere l'essenza delle cose: molti motivi folkloristici, del resto, sono nient'altro che tentativi prerazionali di sondare la profondità del reale. E la stilizzazione con la quale Brancusi giunse a una forma pura è quella che lui stesso aveva incessantemente ricercato nell'arte popolare e in quella dei primitivi. Attraverso diversi gradi d'astrazione, cominciando dalla Maiastra e continuando con l'Uccello d'oro, Brancusi arrivò infine all'Uccello nello spazio. Il pennuto che si distingueva senza troppa fatica nella Maiastra e che, con uno sforzo un po' più impegnativo ma comunque non difficile, ancora s'intravedeva nell'Uccello d'oro, scompare nell'Uccello nello spazio. O meglio: è l'uccello della realtà, l'animale concreto, che è scomparso. Ma ciò che il volatile rappresenta è proprio davanti agli occhi di chi osserva la scultura: la leggerezza dell'uccello che inizia a librarsi in volo con eleganza, lo slancio, il moto ascensionale, la spinta verso il cielo. E questo slancio assume anche un significato mistico: Brancusi stesso si riferiva al suo Uccello nello spazio come a un “progetto di un uccello che, se ingrandito, riempirebbe il cielo”, quasi a voler suggerire il tentativo del volatile di superare la realtà oggettiva. Uno degli esemplari dell'Uccello nello spazio fu acquistato, dopo un'estenuante trattativa con Brancusi, da Peggy Guggenheim, che si era letteralmente innamorata dell'opera. Si tratta della versione esposta alla mostra in corso a Palazzo Strozzi. Così la collezionista scriveva, nell'ottobre del 1940, all'amico Henri-Pierre Roché, l'autore di Jules et Jim: “Mi sono riconciliata con Brancusi e ho comprato il suo Uccello nello spazio. Tra tutto quello che possiedo, è l'opera che amo di più”.

Federico Giannini

 

Bibliografia essenziale di riferimento

Carolyn Lanchner, Constantin Brancusi, The Museum of Modern Art, 2010.

Daniel McClean, The trials of art, Ram Distribution, 2008.

Mary V. Dearborn, Mistress of Modernism: the life of Peggy Guggenheim, Houghton Mifflin, 2004.

Elio Grazioli, Constantin Brancusi, Marcos y Marcos, 2001.

Nicola Calas, Elena Calas, Sandro Rumney, La collezione Peggy Guggenhein a Venezia, 2001.

Carlton Lake, Henri-Pierre Roché: An introduction, Harry Ransom Umanities, 1991.

Ionel Jianou, Constantin Brancusi, Arted, 1963.