Art e Dossier

Le opere ceramiche di Bertozzi & Casoni nella casa museo Bagatti Valsecchi

categoria: Grandi Mostre

Bertozzi & Casoni. Eterne e fragili presenze

Milano
Museo Bagatti Valsecchi

Le opere di Bertozzi & Casoni, iperrealistiche e allo stesso tempo surreali, trovano la loro più efficace espressione laddove si innestano in ambienti già di per sé ricchi di testimonianze storiche e artistiche. Le complesse composizioni, infatti, riescono a creare dei cortocircuiti con l’esistente e con i visitatori, i quali inevitabilmente si chiedono se quel che stanno osservando è reale o se si tratti di una riproduzione in ceramica, frutto di una rigorosa perizia tecnica. Allora quale miglior luogo per esporre le opere, una decina delle quali inedite e site-specific, rispetto a Casa Bagatti Valsecchi a Milano? L’attuale museo è infatti nato come dimora dei fratelli Fausto e Giuseppe Bagatti Valsecchi che, nel XIX secolo, vollero ricreare un ideale Rinascimento domestico, arricchendo le sale del palazzo con vaste collezioni di dipinti, arredi, manufatti, stoviglie, armature. “Quando Pietro Toesca entrò in Casa Bagatti Valsecchi all'inizio del Novecento – racconta Antonio D’Amico, Direttore del Museo Bagatti Valsecchi –, rimase colpito dal fatto che ogni oggetto era disposto in casa con la medesima importanza, dalle stoviglie alle armature, fino ai dipinti rinascimentali che non avevano un ruolo privilegiato rispetto al resto. La casa e gli oggetti antichi erano vissuti esattamente come lo erano stati nel Rinascimento. Bertozzi & Casoni avvalorano questo metodo dei fratelli Fausto e Giuseppe, in quanto l'innesto delle ceramiche del duo artistico non è un innesto forzato. Le loro opere iperrealiste, non chiedono di essere isolate su un piedistallo, ma scelgono di "abitare" la casa. Diventano oggetti vivi tra gli oggetti rinascimentali”. Epoche e linguaggi trovano così il loro perfetto punto di incontro.

In un contesto così particolare le opere di Bertozzi & Casoni invitano a riflettere sul rapporto tra eternità e fragilità, sul tempo, sulla trasformazione e sulla caducità delle cose, come precisa il curatore della mostra Alberto Mattia Martini, che prosegue: “La loro pratica artistica si muove infatti in una tensione paradossale: eternare, attraverso la ceramica, la dimensione effimera della vanitas. La mostra prende forma proprio nell’incontro tra queste due tensioni: il desiderio di permanenza che anima ogni collezione e la consapevolezza che ogni cosa, inevitabilmente, sia destinata al cambiamento, dimensioni che da sempre definiscono il nostro rapporto con il tempo e con la memoria”.

Le sorprendenti sculture in ceramica, materiale fragile e al tempo stesso durevole, recano in sé un forte valore concettuale e si propongono quali metafore delle contraddizioni dell’epoca contemporanea, nonché della complessa relazione tra passato e presente, tra memoria e trasformazione. 

Marta Santacatterina