Art e Dossier

Milano: il mondo di Matisse nelle sale del Mudec

categoria: Grandi Mostre
8 October 2026 – 21 February 2027

Matisse. Il mondo in una stanza

Milano
MUDEC - Museo delle culture

Era dal 2007, dalla mostra epocale di Roma – La Révélation m’est venue de l’Orient  – e poi da Arabesque, del 2015 – che non si vedeva in Italia un’esposizione focalizzata sulle influenze extraeuropee nell’opera di Matisse. Adesso, decine di suoi dipinti, sculture, disegni, arazzi dialogano al Mudec di Milano con tessuti, bronzi, ceramiche, abiti, arredi, miniature, in gran parte provenienti dalle sue collezioni: raccolta immensa e variegata di opere artigianali che Matisse acquistò in tutto il mondo, per tutta la vita. Dall’Andalusia islamica all’Algeria, dal Marocco alla Martinica e la Guadalupa, isole antillane che visitò nel 1930 per sole ventiquattro ore, nel viaggio di ritorno dalla Polinesia francese. Memorie lontane del Sud Pacifico sono testimoniate a Milano non solo, fra le altre cose, dai due arazzi Océanie: le ciel e Ocèanie la mer, ma anche da Le Tiaré, del 1930, testa in bronzo che allude nella forma al profumato fiore polinesiano che ci pare la logica conseguenza, a distanza di anni, dalle metamorfosi scultoree nelle teste femminili del 1911, cinque delle quali esposte in mostra.  Il catalogo illustra anche un disegno che ci è particolarmente caro, dove l’artista nuota nel mirabolante blu smaltato dell’atollo di Fakarava nell’arcipelago delle Tuamotu, già descritto da autori come Stevenson e Simenon, e tanto lucente che in una lettera alla moglie Matisse paragona a  uno smalto bizantino.

UN MICROCOSMO SENTIMENTALE

Ma torniamo agli oggetti, dei quali amava circondarsi ogni giorno. Erano parte della sua famiglia, microcosmo sentimentale, rassicurante, che si mescolava con altri pezzi di fattura occidentale, altrettanto amati, non forzatamente illustri – cioccolatiere, vasi da fiori, bergère e sedie rococò, strumenti musicali. Li vediamo in quasi tutti i suoi dipinti, senza che essi costituiscano un universo etnografico, come invece prima di lui era stato per Gauguin. E non è un caso che il deus ex-machina di questa rassegna (con cui ha collaborato la nostra Chiara Gatti) sia Ellen McBreen, studiosa di fama internazionale, che nel 2017 aveva curato la mostra anglo-americana Matisse in the Studio. Vediamo così, di sala in sala, illustrazioni persiane, ceramiche maomettane, pannelli cinesi, e quei delicati tessuti ricamati e traforati, forse nordafricani, forse indiani, che nella Villa Le Rêve di Vence (oggi purtroppo in abbandono) e nel grande appartamento del Régina a Cimiez immortalarono con seducenti riflessi fotografi come Henri Cartier-Bresson e Hélène Adant. Pare quasi un’eccezione, a Milano, la intensa testa lignea (fine XII- inizi XIII secolo), quasi certamente raffigurante un pellegrino, di rado esposta al Musée Matisse di Nizza dal quale proviene. Immaginiamo che Matisse l’abbia acquistata in Francia, data la vicinanza stilistica con le classicheggianti sculture proto-gotiche dell’Île-de-France. È un pezzo da non sottovalutare, opportunamente accostato a un disegno del 1937 (Il professor Whittermore). Importante, perché l’ispirazione alla scultura medievale è poco riconoscibile, in generale, nell’opera del maestro francese, che invece fu attratto, per sua ammissione, non solo dall’essenziale pittura di Giotto, ammirata in Italia nel 1907, ma anche dalle icone bizantine vedute a Mosca, nel 1910 e nel 1911. Assieme alla figura femminile, quegli oggetti sono i suoi motivi, nel senso più ambivalente e ambiguo del termine: «Non dipingo gli oggetti, ma la differenza fra gli oggetti». Era il rapporto fra di loro e lo spazio che gli interessava. Il mondo in una stanza, come giustamente hanno intitolato e due curatrici: È questo uno dei fili conduttori che aiutano a comprendere e godere appieno della rassegna milanese. 

L'ORIENTE IN MATISSE

Ed è bene chiarire che il concetto di “Oriente” va inteso, nell’opera di Matisse, in un senso assai largo. Riguardava, al principio, certi crépons giapponesi che un ancora squattrinato Henri aveva acquistato per pochi soldi in rue de la Seine a Parigi: «Avevo compreso allora che si può lavorare con dei colori espressivi che non sono per forza colori descrittivi. Una volta disincantato l'occhio, ripulito dai crêpon giapponesi, ero pronto a ricevere veramente i colori in ragione del loro potere emotivo. Se d’istinto ammiravo i primitivi del Louvre e in seguito l'arte orientale e in particolare quella che avevo visto nel 1910 alla straordinaria mostra di Monaco di Baviera [sull’arte maomettana], è perché ne ho trovato nuove conferme. Le miniature persiane per esempio mi mostravano tutte le potenzialità delle mie sensazioni. La rivelazione mi è dunque venuta dall'Oriente ed è in seguito che poi quest'arte mi ha colpito. E ho capito l'arte bizantina davanti alle icone di Mosca. Quando si vedono i nostri sforzi confermati dalla tradizione, per quanto antica, questo ci aiuta a saltare il fosso». Proprio così, Matisse saltò il fosso e rinnovò la pittura orientandosi verso un modernismo che proprio l'Oriente gli aveva permesso di salvare. E per chi non volesse seguire alcun filo conduttore concettuale, può abbandonarsi comunque alla malia incomparabile della pittura di Matisse. Sino ai ritratti della dolce Monette, che posa sorridente, nel 1942, abbigliata con un entari persiano a righe violette, anch’esso esposto in mostra. E infine, di Carmen Leschennes, la “Katia” di Matisse. Che paragonava a un platano, lo stesso albero disegnato sulle piastrelle in ceramica per il salottino di villa Natascha di Tériade in Costa Azzurra. Katia è la donna con la gandoura azzurra e oro, in uno dei suoi ultimi e rari dipinti da cavalletto del 1951. Quel kaftano è esposto su un manichino, in faccia al dipinto, in modo ancora più efficace che nella bacheca dove di solito si trova al Museo di Cateau Cambrésis.  

Gloria Fossi