Avanguardie in mostra al Pecci di Prato
Rotte. Arte di rottura dalla donazione Carlo Palli; Verita Monselles
Al Centro per l'Arte contemporanea Luigi Pecci sono iniziati da pochi giorni due progetti espositivi che in modo diverso ci immergono nel mondo di artiste e artisti che hanno seguito percorsi non tradizionali. Figure che hanno fatto della ricerca e della sperimentazione il cuore pulsante della loro poetica.
Con Rotte. Arte di rottura dalla donazione Carlo Palli (31 maggio – 1° maggio) viene confermata come abbiamo avuto modo di ascoltare in occasione della conferenza stampa da Stefano Collicelli Cagol, direttore del museo pratese, e da Stefano Pezzato, curatore della mostra nonché responsabile delle collezioni archivi dello stesso museo, una collaborazione più che preziosa. Iniziò tutto ventun anni fa quando Carlo Palli (Prato 1938) – raffinato collezionista d'arte contemporanea e protagonista della scena artistica toscana – fece la sua prima donazione al Centro Pecci: duecento opere e progetti di Poesia visiva e dintorni. E ora un'ulteriore donazione in concomitanza con la mostra Rotte (fino al 1° novembre): un'eredità lasciata alla città e alla regione composta, nel complesso, da oltre settecentocinquanta opere. Una tra le più ampie elargizioni che un museo italiano d'arte contemporanea abbia mai ricevuto e che permette all'istituzione toscana, impegnata perlopiù con iniziative legate ad artisti viventi, di allargare il proprio sguardo alle avanguardie del secolo scorso e quindi di tracciare un itinerario storico utile per acquisire una visione più consapevole del panorama attuale.
Suddivisa in nove sezioni tematiche, l'esposizione è un viatico che andando a ritroso inizia e finisce con Ketty La Rocca, una meteora, vista la sua prematura scomparsa a soli trentotto anni. Sono proprio le sue Segnaletiche (1967) ad accoglierci nell'itinerario della mostra progettato da Ibrahim Kombarji. Insieme a La Rocca troviamo, tra gli altri, Fortunato Depero, Man Ray, Joseph Cornell ed Emilio Isgrò.
Proseguendo ci addentriamo nell'arte del secondo dopoguerra con testimonianze di Zoran Music, Roberto Crippa, con immagini di matrice surrealista realizzate da Roberto Sébastian Matta e Wilfredo Lam fino ad arrivare ai fitti lavori grafici di Jean Tinguely.
Entriamo poi nel terreno battuto dal Gruppo 70 nato a Firenze il 24 maggio 1963: oltre ai creatori, Lamberto Pignotti ed Eugenio Miccini, ne fanno parte musicisti d'avanguardia come Giuseppe Chiari e Sylvano Bussotti; Ketty La Rocca, la poetessa visiva Lucia Marcucci e i poeti visivi Roberto Malquori, Luciano Ori e Michele Perfetti.
Nella tappa successiva ci troviamo di fronte a oggetti, ambienti, corpi. Ad accoglierci sono Michelangelo Pistoletto e Gianni Pettena; i protagonisti del Nouveau Réalisme – César, Gérard Deschamps, Raimond Hains, Jacques Villeglé –; Andres Serrano con la fotografia di "body shaping"; Mimmo Rotella e Franco Vaccari con le loro riletture di porzioni del mondo.
E ancora: la pittura e non solo. Qui ci accolgono artisti quali Alighiero Boetti e Mario Schifano; Enzo Cucchi e Mimmo Paladino, figure di spicco della Transavanguardia; i graffitisti Toxic, Rammelzee e Daze con le loro opere di Spray Art.
Andando avanti ci sono i "quadri-trappola" di Daniel Spoerri, inventore della Eat Art che ha assemblato nelle sue opere pezzi di realtà.
Con Joseph Beuys, Larry Miller, Yoko Ono, Carole Schneemann ci immergiamo in uno spazio simbolico, introspettivo e dissacrante. Nella stessa area espositiva non dobbiamo dimenticare Herman Mitsch, padre dell'azionismo, che ha tradotto il mistero e l'iconografia della passione cristiana in un gesto pittorico dove il colore diventa memoria concreta di un'azione rituale.
Con il Fluxus – più che un movimento possiamo considerarlo un'attitudine difficilmente inquadrabile in una cornice semantica definitiva – l'aspetto ludico e politico, processuale e feticista si fondono con la vita per generare un'arte totale. Affiancano il promotore, George Maciunas, il musicista sperimentale Giuseppe Chiari, l'artista e performer Ben Vautier, i precursori della Video Art Nam June Paik e Wolf Vostell.
L'ultima sezione, dopo le espressioni creative declinate attraverso scritture innovative come quelle composte da Emilio Isgrò, Gianfranco Baruchello, Gianni Emilio Simonetti, si chiude come anticipato all'inizio con un'altra opera di Ketty La Rocca.
La nostra visita continua con la sorprendente mostra dedicata a Verita Monselles (31 maggio – 30 agosto), artista argentina nata a Buenos Aires nel 1929, ma trasferitasi ancora giovanissima con la famiglia, di estrazione borghese, in Italia. Due città, in particolare, hanno plasmato la sua esperienza creativa: Napoli, dove si stabilisce col marito Ernesto Porta nei primi anni Cinquanta – e dove si nutre di musica, pittura, letteratura e soprattutto di fotografia, che abbraccia a partire dalla fine degli anni Sessanta – e Firenze, dove torna dopo essersi separata da lui all'inizio degli anni Settanta.
Come sottolineato dai curatori, Alessandra Acocella, Michele Bartolino e Monica Gallai, Carnale, questo il titolo del progetto espositivo visibile fino al 30 agosto, non vuole essere una retrospettiva quanto piuttosto un manifesto del lavoro dell'artista per mezzo di alcune parole/ambiti chiave del suo percorso: il teatro, lo spazio dello studio, la costruzione dell'immagine, la pubblicità e la moda. In effetti, attraversando le diverse sale della mostra l'impressione è proprio quella di entrare nell'universo di Monselles a tutto tondo, al di là di una scansione cronologica. Ciò che balza agli occhi è la combinazione del suo sguardo dal quale emergono con una spiazzante geometria gli ambiti di interesse della fotografa appena citati. Nelle sue immagini protagonista è la donna «col suo corpo, un corpo esposto, un corpo che desidera, si fa desiderante, autore del proprio desiderio nel senso carnale», afferma Michele Bartolino. L'obiettivo di Monselles, grazie alla fotografia, è stato quello di rivendicare la soggettività femminile e di mettere in discussione come lei stessa ha affermato «il ruolo della donna di fronte alla maternità, alla famiglia, alla religione, alla sessualità nel contesto di una società repressiva e inadeguata».
L'alfabeto visivo dell'autrice argentina si traduce in immagini forti, dai colori saturi, sapientemente preparate, messe in scena appariscenti dove nulla è lasciato al caso. Immagini eccentriche, a tratti provocatorie, tra variazioni di luce e chiaroscuri che fanno risaltare con evidente eloquenza forme, volumi e pieghe del corpo. Nudi come spazi di libertà e di affermazione di indipendenza.
Tra la serie di fotografie realizzate nel campo della moda ricordiamo i lavori prodotti da Monselles per l'azienda di calze Emilio Cavallini dove «la calza diventa un'estensione della pelle e un segno di seduzione, una soglia tra il corpo nudo e quello vestito», come leggiamo nel Booklet della mostra.
Lo spazio espositivo è frapposto da un grande cartellone pubblicitario su cui si alternano tre fotografie. L'allestimento, curato da Giuseppe Ricupero, vuole rafforzare l'uso da parte di Monselles di un linguaggio acceso, spesso pop e kitsch, che cattura l'osservatore anche con metafore e ironia.
Incrociando il percorso di alcune tra le principali artiste e critiche a lei coeve quali Lea Vergine, Ketty La Rocca, Tomaso Binga e Lara-Vinca Masini e l'esperienza di compagnie teatrali come Magazzini Criminali e Krypton, Monselles ha portato avanti il suo lavoro e le sue possibilità espressive con la consapevolezza di farne innanzitutto strumento esegetico di comunicazione.
Morta a Firenze nel 2004, riceve un primo tributo della sua arte nel 2006 da parte dell'Archivio Fotografico Toscano di Prato – dove è custodito il fondo dell'artista – con l'esposizione Codice inverso. La dissacrazione dell'archetipo maschile nella fotografia di Verita Monselles, curata da Lara-Vinca Masini.
Vent'anni dopo il Centro Pecci, anche grazie a un task force appositamente formata per iniziare a inventariare l'archivio di Monselles, riscopre con Carnale il profilo di un'artista sì conosciuta ma, probabilmente, a oggi poco indagata e valorizzata.
Giovanna Ferri

