Art e Dossier

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Collateral Histories: Giulia Parlato e Giovanna Petrocchi in mostra a Roma

categoria: In galleria
1 marzo – 3 maggio 2024

Collateral Histories

Roma
Galleria Eugenia Delfini

Nel 2020 la rivista inglese Art Licks Magazine commissiona a Giulia Parlato e Giovanna Petrocchi un lavoro a quattro mani, Collateral Historiesora esposto alla Galleria Eugenia Delfini di Roma fino al 3 maggio 2024. Le due artiste, in questa serie, dialogano creativamente producendo degli artefatti visivi che si interrogano sulla natura del mezzo fotografico, sulla sua veridicità, sulla responsabilità dell’immagine fotografica relativamente alle verità storiche, sull’uso decontestualizzante implicito nel linguaggio fotografico, sul valore di ambiguità di cui la fotografia è manifesto. 
Guardando Collateral Histories sembra di essere spettatori di un immaginario al crocevia tra Evidence di Larry Sultan e Mike Mandel e l’informe surrealista, tra un’indagine visiva sull’immagine stessa e la creazione di mondi fantastici tramite la sua manipolazione. Questa dicotomia altro non è che il risultato, probabilmente, del dialogo tra la poetica di Giulia Parlato, più propensa alla lettura della fotografia come “evidence” (prova), e quella di Giovanna Petrocchi, la cui creatività segue più da vicino la pratica del collage e dell’alterazione dell’immagine alla Man Ray e Co.
In mostra anche altri due lavori indipendenti di Parlato e PetrocchiDiachronicles (2019-2022) e Magic Lanterns (2020-in corso), che danno la possibilità di prendere consapevolezza, in maniera autonoma, del loro percorso creativo, un percorso che ha portato poi alla creazione di due lessici differenti ma, come vediamo in Collateral Histories, complementari.
Per il progetto commissionato dalla rivista inglese le due fotografe hanno lavorato mixando immagini di Giulia Parlato con quelle provenienti da archivi e istituzioni museali, estrapolandone dettagli con cui creare nuove narrative visive. La documentazione archeologica di reperti e rovine, prodotta da Giulia, entra in collisione, silentemente e subdolamente, con l’elemento fake, creando una nuova narrazione, fictionalizzata, di come la fotografia, l’archeologia e il museo possano trovare una nuova tavolozza bianca su cui adagiare il loro dialogo per immagini.

Francesca Orsi