Art e Dossier

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L’estate del Coconino Fest

categoria: Eventi
21 – 23 giugno 2024

È di Bianca Bagnarelli, autrice e illustratrice italiana di casa sulle copertine della rivista “The New Yorker” (la sua copertina Deadline è ormai virale) il manifesto del terzo Coconino Fest, il festival del fumetto che celebra la casa editrice di graphic novel, organizzato in compartecipazione con l’Assessorato alla cultura del Comune di Ravenna e il MAR - Museo d’arte della città di Ravenna, che si terrà a Ravenna da venerdì 21 a domenica 23 giugno. Oltre a incontri e performance (come quelle di Guido Catalano e Vasco Brondi), sono previste otto mostre di autori della casa editrice: sette sono al MAR dal 22 giugno al 28 luglio 2024 e riunite dal titolo Freedom. Sette sguardi d’autore: geografie e generazioni del fumetto, e permettono di ammirare tavole tratte dai libri di Gipi, Usamaru Furuya, Valentine Cuny-Le Callet, Anke Feuchtenberger, Filippo Scòzzari, e Antonio Pronostico, oltre alla collettiva di quattro esordienti per i quali è facile prevedere un importante futuro autoriale, ossia Michele Peroncini, che ci ha rilasciato una breve intervista, Enrico Pinto, SPAM il Mandarino Psichico e Isabella Tiveron; l’ottava mostra si trova alla Biblioteca Classense dall’8 giugno al 6 luglio ed è dedicata a Pietro Scarnera, già Prix Révélation al Festival di Angoulême nel 2016 per il graphic novel Una stella tranquilla. Ritratto sentimentale di Primo Levi, e al suo nuovo libro Viaggio in Italia, dove traccia un ritratto sentimentale del nostro Belpaese.

Il viaggio in Italia di Pietro Scarnera

C’è stato un periodo in cui il Grand Tour, il Viaggio in Italia, era tappa imprescindibile per artisti, scrittori, scienziati. Pietro Scarnera ci ha raccontato come ha usato questi racconti per realizzare il suo nuovo libro a fumetti. 

“La prima idea di questo libro risale a tre anni fa, quando stavo girando parecchio per l’Italia, letteralmente, da Aosta a Palermo, per Graphic News, il mio sito di giornalismo sociale a fumetti, e il mio libro su Primo Levi. Un giorno mi trovo a Treviso e scopro una targa che dice che Dante Alighieri è stato lì, proprio nel luogo dove ero io in quel momento. È stato allora che mi è venuta l’idea di fare un libro sui viaggi della mia famiglia dal nord al sud, perché sono figlio di genitori meridionali, e i miei viaggi di oggi, comparando le mie impressioni delle città visitate con quelle degli autoctoni. A quel punto cominciai a cercare passaggi e citazioni di altri viaggiatori famosi, finché mi imbattei nelle parole con cui Mary Shelley, che io conoscevo solo come autrice di Frankenstein, descrive il suo amore per l’Italia nonostante vi abbia seppellito un marito, il poeta Percy Shelley, e tre figli. Da lì ho ricostruito la sua storia, che trovo abbia una drammaturgia perfetta, e poi quella di altri viaggiatori e viaggiatrici come Virginia Woolf, Goethe, Stendhal, John Keats, D. H. Lawrence. Ho scelto personaggi per cui il viaggio in Italia, il cosiddetto Grand Tour, si è rivelato una tappa decisiva della loro vita: è attraverso questi racconti, uniti a quelli dei migranti di oggi, che mi sono accorto che l’essenza dell’identità italiana non sta nella differenza, come dicono molti di questi tempi, ma nell’accoglienza dell’altro. In più, ho anche scoperto che la prima idea di Frankenstein è nata a Napoli, mentre a Roma Hans Christian Andersen ha cominciato un romanzo, L’improvvisatore, che poi si è rivelato il suo primo successo letterario.

“Il problema è stato amalgamare tutte queste storie, come anche ritrarre i protagonisti: per la maggior parte di loro non ci sono, ovviamente, fotografie, ed esistono pochi ritratti, di cui molti fatti dopo la loro morte.

“Un altro problema era il finale. Mentre stavo realizzando le ultime tavole, sono andato a Como, invitato a un festival sul giornalismo. Lì ho scoperto molti cartelli che riportavano poesie di Percy Shelley, figura che nel libro torna spesso, e un faro dedicato allo scienziato Alessandro Volta, lo stesso faro che compare nel finale. Allora ho deciso di chiudere il libro proprio con quel paesaggio, dato che il paesaggio è uno dei protagonisti del libro, e di ambientare tutto nel futuro per invitare a pensare a come è e a come dovrebbe essere l’Italia: un grembo aperto (…) l’unica patria di tutti i popoli del mondo. Sono parole di Plinio il Vecchio, nelle quali mi ritrovo completamente”.

Michele Peroncini e I moti celesti

I moti celesti è tra gli esordi dell’anno, sia per la complessità della storia e dei personaggi, sia per la padronanza registica e il disegno nel quale si notano molte ascendenze rielaborate con originalità degna di un autore consumato. 

“Mi fa piacere sentire questo”, ci dice Peroncini, “perché sono autodidatta, non ho seguito alcuna scuola. Nella vita quotidiana lavoro come termoidraulico ma disegno da sempre. Ho dipinto molto ma la pittura non mi bastava, avevo bisogno anche di raccontare una storia, e quando ho scoperto il fumetto mi è sembrato di aver trovato il linguaggio ideale. Allora avevo diciotto anni, oggi ne ho il doppio, e i primi libri che mi sono capitati in mano sono stati Cinquemila km al secondo di Manuele Fior e Appunti per una storia di guerra di Gipi, e poi quelli di Hugo Pratt e di Mike Mignola. Sono arrivato a Coconino tramite una call per esordienti. Il libro era molto avanti nella lavorazione quando l’ho inviato, e la fase di editing finale è andata molto liscia. Quando mi dicono che questa o quella vignetta ricorda Andrea Pazienza soprattutto per la parte medioevale, oppure qualche autore francese, a me fa solo piacere, perché sono tutti autori che amo e che mi hanno formato come autore. 

“La storia è nata da alcune cose che si sono sommate insieme. Ho cercato molto i personaggi, ho fatto un vero e proprio casting, e dopo che li ho trovati sono stati loro a dettarmi molte delle loro azioni: sono tre randagi, tre picari che cercano un significato alla loro esistenza, un loro posto nel mondo. C’è una grande parte onirica perché i loro sogni mi permettono di mettere come una lente davanti alla realtà, non solo per deformarla ma anche per renderla più nitida. Anche la città in cui vivono racconta di loro: è un mix tra Spezia, Genova e altre parti della Liguria di levante, che ho rappresentato con un gusto vintage anche nei palazzi e nelle automobili. 

“Ora che I moti celesti sta facendo la sua strada, dovrò rimettermi al lavoro su un’altra storia, ho qualche idea ma devo ancora capire quella in maturazione”. 

Sergio Rossi