Mario Ceroli in mostra alla Tornabuoni Arte di Firenze
Mario Ceroli. Mito e materia
Tornabuoni Arte ospita a Firenze la mostra Mario Ceroli. Mito e Materia, visitabile fino al 29 maggio 2026. È la prima antologica dedicata al maestro e allestita in Italia dalla galleria, dopo l’importante rassegna monografica alla GNAMC a Roma. L’esposizione fiorentina ripercorre le tappe principali della carriera dell’artista, protagonista della scena romana dagli anni Sessanta al Duemila: quaranta opere, tra sculture e installazioni, insieme alle silhouettes in legno, materiale prediletto dell’artista.
La scultura nelle mani di Ceroli e “Le talebane” (2002)
Mario Ceroli è tra i protagonisti più noti di quella generazione di artisti italiani che, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta del XX secolo, si affaccia sulla scena internazionale anche grazie alla Biennale di Venezia. La sua originalità non risiede tanto nei temi o nei materiali quanto nel modo, profondamente personale, di dare forma alle immagini. Le sue sculture non imitano la realtà: la sfiorano e la evocano attraverso una lingua essenziale fatta di sagome e profili. È soprattutto nel legno, ma non solo, che Ceroli trova il suo strumento più immediato: un materiale semplice, quasi povero, già vivo ma a cui riesce a dare ulteriore vitalità. Le figure non sono piene né dettagliate, ma nascono dalla sovrapposizione di piani e ritagli netti. Anche quando, negli anni successivi, conquista la tridimensionalità del tutto tondo, continua a costruire il volume per aggiunta di superfici. Così la scultura perde peso e diventa leggera, si libera dalla tradizione e acquisisce un ritmo nuovo. Le immagini che abitano il suo lavoro provengono da mondi diversi: dalla pubblicità alla storia dell’arte, fino alla geometria, alle parole e ai simboli collettivi. Tutto, nelle sue mani, si condensa in una forma visiva immediata, simile ad uno slogan: incisiva, ma sempre attraversata da una sottile ironia. Le sue opere non spiegano niente, alludono soltanto. Fondamentale è anche il rapporto con lo spazio, che per Ceroli diventa scena. Le sue sculture non sono oggetti isolati, ma presenze che abitano l’ambiente, veri e propri attori. Non è un caso che la sua formazione sia legata alla scenografia: le opere si presentano come esperienze da vivere. Lo spettatore non resta fuori, ma entra e si muove al loro interno.
Con il passare del tempo, soprattutto dagli anni Ottanta, il suo linguaggio si amplia: le forme si fanno più complesse, le figure più autonome e monumentali. Emergono presenze quasi totemiche ed enigmatiche, che occupano lo spazio con più convinzione e assumono un carattere più narrativo. Eppure, tutto resta fedele a quel principio originario: la semplicità. Ceroli gioca con il confine tra realtà e rappresentazione, tra figura e segno: le sue sculture non vogliono riprodurre il mondo, ma reinventarlo e restituirlo in forma più libera. Nella produzione più recente, questo immaginario si allarga ulteriormente: dalle immagini familiari si passa a visioni più globali, influenzate dai media e dalla cultura contemporanea. Compaiono figure misteriose, sospese tra passato e futuro, tra umano e alieno, che irrompono nello spazio del quotidiano e trasformano il noto in qualcosa di inatteso. La componente del gioco e di quella leggerezza intelligente si trasforma in una risposta al presente mai esplicitamente critica, ma necessaria a stimolare l’intelletto e nuove possibilità. È il caso di due sculture in legno, Le talebane (2002), di Mario Ceroli: una bianca e l’altra azzurra, alte circa due metri. Scendendo le scale della Tornabuoni Arte, sul Lungarno Benvenuto Cellini, lo spettatore viene quasi inghiottito dalla loro presenza assente. Sono figure che si impongono e allo stesso tempo si sottraggono: corpi essenziali, volti negati. Un’identità sospesa e nascosta. Ceroli le costruisce intrecciando suggestioni contemporanee e tradizioni orientali reinterpretate. Le donne appaiono insieme forti e fragili, immobili ma cariche di tensione: portano dentro di sé un destino già scritto, eppure sembrano trattenere un gesto di ribellione
Ginevra Poli

